DI FRANCESCO ERSPAMER

Tanto per cominciare, se non fosse successo a Times Square non ne avrebbe parlato nessun giornale. Times Square, tempio del turismo globalista e cafone, di chi va altrove per fare shopping nelle stesse catene commerciali del megacentro della sua città, solo che lì sembrano più autentiche; uno dei luoghi più orrendi di New York, dove infatti ogni anno ha luogo il rito pacchiano del Capodanno in mondovisione. Incidenti stradali ce ne sono migliaia ogni giorno; ma se accade a Times Square, cioè sottocasa per i superpagati inviati speciali che non si muovono dal centro di Manhattan, va in prima pagina.
Ma la ragione vera dell’attenzione è che consente di fare del terrorismo anche quando non c’è. “Il fallito attentato con autobomba del 2010 è restato nella memoria di molti e i recenti attacchi in Europa hanno mostrato la pericolosità di auto usate come armi”, spiega il New York Times. Stiamo parlando di pochissimi episodi; le statistiche dimostrano che negli ultimi vent’anni sono morti meno americani per atti di terrorismo (11 settembre incluso) che accidentalmente schiacciati dal loro frigorifero. E le auto usate come armi dai terroristi provocano infinitamente meno vittime delle auto date irresponsabilmente in mano ai sedicenni o a chi (come nel caso di Times Square) sia già stato condannato per guida in stato di ubriachezza. Ma che gli frega al New York Times e ai media in generale. A loro importa solo che la gente viva in un perenne stato di insicurezza, condizionata da emozioni a telecomando e preferibilmente provocate da eventi lontani e spesso totalmente immaginari; imprigionata nella virtualità in modo che non acquisti la coscienza necessaria per occuparsi della realtà di un mondo in rapido deterioramento.
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