DI FABIO BALDASSARRI
Può essermi sfuggito qualcosa ma, dopo aver scorso via Internet una copiosa rassegna stampa, ho trovato titoli afferenti l’intercettazione del recente famoso dialogo fra Matteo Renzi e il padre Tiziano, epperò una recensione che sia una del libro in questione, benché in distribuzione da giorni, non l’ho ancora trovata. E sì che siamo in presenza di un libro scritto rapidamente, di certo mirato a cogliere il clamore di una rivelazione sulla cui fonte la magistratura indaga, quasi un istant-book adatto alla circostanza, ma tre cose sarebbero senz’altro da prendere in considerazione. La prima è che Marco Lillo è un vero professionista del giornalismo d’inchiesta e “Di padre in figlio” non è l’unico suo lavoro degno di nota come testimoniano due importanti premi ricevuti in passato: il Premio Borsellino (forse il massimo per i giornalisti che hanno contribuito alla lotta alla mafia) e il Premiolino (il più antico e prestigioso premio alla carriera assegnato annualmente a sei giornalisti della carta stampata e della televisione per il contributo alla libertà di stampa). La seconda cosa incontrovertibile è che “Di padre in figlio” non è un collage di articoli, ma è costruito come un vero e proprio saggio: Editore Paper First, 304 pagine composte da una premessa e nove capitoli. La terza, la più importante, è che “Di padre in figlio” non può essere ridotto all’intercettazione fra Matteo Renzi e il padre Tiziano divenuta per la sua sospetta spettacolarità di dominio pubblico, ma riguarda (questo è il sottotitolo) “Le carte inedite sul caso Consip e il familismo renziano”.
Ora, a dire il vero, con quel che passa il convento molte cose ci colpirebbero meno se non fosse che Renzi è stato segretario del Pd e per tre anni presidente del consiglio senza neppure essere eletto in Parlamento e, infine – dimessosi dalla presidenza del consiglio a seguito della batosta ricevuta con il ballottaggio alle amministrative parziali del 19 giugno 2016, poi con il referendum costituzionale del 4 dicembre, e in ultimo con la stroncatura dell’Italicum il 25 gennaio 2017 da parte della Consulta –, non si fosse posto di nuovo all’arrembaggio del potere. Una domanda, difatti, richiederebbe immediata risposta: avrà rivinto le primarie aperte (anzi: spalancate) sebbene con circa un milione di voti in meno, e sarà pure legittimato a dettare la linea del Pd come suo segretario, ma con quale credibilità torna ad affacciarsi sulla scena della grande politica vista la corte da cui resta circondato: i petali del “giglio magico” che resistono imperterriti ai posti di comando nonostante le discutibili condotte di cui si sono resi protagonisti tra la Toscana profonda della provincia di Arezzo (Laterina) e la provincia di Firenze (Rignano sull’Arno). Di queste condotte, principalmente in rapporto alle vicende del Consip e in margine della Banca Etruria, si occupa il libro di Marco Lillo. E di ciò, credo valga la pena parlare un po’ di più e meglio.
Vediamo cosa scrive, in proposito, l’autore del libro. Innanzitutto colloca l’intera vicenda all’interno di un riflessione culturale che va ben sottolineata. Lo fa ricordando un libro di Edward C. Banfield del 1958 che mette in evidenza l’arretratezza che percorre un sistema di relazioni caratterizzante, ancor’oggi, tante evenienze del nostro Paese. Banfield, dopo un’apposita ricerca, scrisse a proposito dell’ethos del ‘familista amorale’ che si tratta di colui che intende “massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia […] supporre che tutti gli altri si comportino a questo modo”. Lillo ne deriva considerazioni interessanti sulla polemica insorta tra Grillo e Renzi riguardo alle cose dette da quest’ultimo a Otto e mezzo, quando affermò che se il padre fosse stato colpevole avrebbe meritato una condanna pesante due volte quanto previsto dal codice penale. E aggiunge che attaccandolo sul suo blog, Grillo aveva fornito (bon gré mal gré) al segretario del Pd l’estro per assumere una visione apparentemente legalitaria come, al contrario, fece solo più tardi con la sospetta reprimenda al padre nel colloquio intercettato dal procuratore Woodcock. Ma Renzi non aveva capito la possibilità che Grillo  involontariamente gli offriva di mostrarsi inflessibile e, nella sua replica del giorno dopo su facebook, usò l’armamentario patetico di chi ha un modo di vedere le cose in famiglia per cui la frase sulla doppia condanna finiva buttata lì tanto per dire, come fumo negli occhi per i gonzi telespettatori che, forse, se l’erano pure bevuta. Marco Lillo, da questo punto di vista, fa il paragone con Fillon che in Francia, posto sulla graticola per lo stipendio pagato alla moglie con i soldi della UE venne dai suoi sostenitori abbandonato e, per quanto riguarda Renzi, commenta: «Addio all’etica protestante del capitalismo di Weber, si torna sull’asse morale del Mediterraneo».
Seguono pagine e pagine di altre intercettazioni, ma stavolta non voci dal sen sfuggite. Tutt’al più, come nel caso di Scafarto (capitano dei carabinieri del NOE di Napoli) una delle trascrizioni male in arnese che non invalida di certo il cuore dell’inchiesta. Nel libro si forniscono, difatti, numerosi esempi di controprova, ma la più evidente è che al momento nulla cambia relativamente agli effetti dell’indagine. Cioè: la contestazione che mantiene in carcere a Regina Coeli l’impresario Alfredo Romeo resta perché è proprio l’ex alto dirigente del Consip, Marco Gasparri, a confessare di aver ricevuto circa 100 mila euro in cinque anni in cambio di informazioni sugli appalti. E resta anche il fatto che sono state mosse delle pedine, nell’entourage renziano, intenzionate a millantare credito (l’amico di Tiziano, il faccendiere Russo?) per conto terzi o per conto proprio, persino disponibili a giocare su più tavoli per trarne, in ogni caso, un vantaggio. Il libro di Marco Lillo, insomma, ci racconta una storia fra il grave e il grottesco, dove girano molti soldi (come nel caso di Romeo e del Consip) o solo favori, millanterie e complicità varie. Colpiscono i nomi che ricorrono provenendo dal “giglio magico”, le accuse incrociate fra i fedelissimi (dal ministro Lotti al presidente di Pubbliacque Vannoni, all’amministratore delegato di Consip Marroni) e altri nomi che si ricavano dalle intercettazioni riportate, tutte, rigorosamente fra virgolette (dall’avv. Bianchi della fondazione Open, agli approcci con l’amministratore del Pd Bonifazi, alle beghe con l’Unità dei Pessina, al sodale di Verdini in ALA Abrignani etc.).
La domanda che viene da fare, in ultimo, è questa: ma se l’autore del libro “Di padre in figlio” con le sue rivelazioni fosse tanto lontano dal vero, perché nessuno dei chiamati in causa lo ha subito querelato? È la stessa domanda che ci poniamo, in fondo, per il libro di Ferruccio de Bortoli “Poteri forti (o quasi)”, ovvero se quello che abbiamo letto a proposito di Maria Elena Boschi e del giro di Banca Etruria è falso, perché la furente sottosegretaria alla presidenza del consiglio minaccia querele ma poi non le fa? Forse perchè chi si dichiara vittima teme quanto potrebbe venir fuori se la querela finisse di fronte a un organo giudicante? Forse perchè sperano che col passare del tempo qualcuno dei chiamati in causa (per esempio l’a.d. Mannoni del Consip per il presunto avvertimento ricevuto dal ministro Lotti riguardo alle intercettazioni, o l’ex a.d. Ghizzoni di Unicredit riguardo al presunto intervento della Boschi per l’acquisto di Banca Etruria) mettano una pezza su quanto permane di troppo opaco e di equivoco in queste faccende? A proposito di Mannoni, peraltro, occorre dire che questo è proprio ciò che ipotizza Marco Lillo concludendo il suo libro. Ma noi lettori lo ringraziamo per averci avvertito per tempo con dovizia di argomenti e un’esposizione chiara e documentata su quanto accade in Italia nell’epoca renziana. La giustizia farà il suo corso, ma fin d’ora abbiamo i mezzi per pensare di cosa si parla e per tentare di orientarci, personalmente, al meglio: ciò che più di ogni altra cosa deve aiutarci a fare, in casi del genere,  il giornalismo d’inchiesta… prima che sia troppo tardi.

 

 

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