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DI VIRGINIA MURRU
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Il giorno di liberazione dal fisco è imminente, finalmente da domani si comincia a lavorare per se stessi. Magari non avremo modo di scordarci delle tanto odiate tasse, perché in realtà ci perseguitano tutto l’anno, ma almeno potrebbe consolarci che oggi è l’ultimo giorno di ‘schiavitù’ dallo Stato.
Lo afferma anche Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia (Confederazione generale italiana degli artigiani): ‘il fisco ha i giorni contati’, e da oggi perde gli artigli, in termini di tempo, ma si è prima divorato ben 5 mesi, un autentico salasso.  E aggiunge:
“Con oggi terminano i giorni in cui si lavora per il fisco, è l’ultimo  per quest’anno, da domani scatta il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale”.
L’ufficio studi della Cgia ha infatti calcolato, anche per quest’anno, la data in cui si comincia a lavorare per il proprio ‘profitto’; il 3 giugno si dovrebbe  quasi festeggiare, si spezzano (per l’anno in corso..) le catene di una dipendenza che non lascia scampo. Si tratta dunque di 153 giorni dedicati all’erario.
Se si confrontano i dati con il 1980, si tratta di 38 giorni in più. Non è uno scherzo, anziché diminuire il carico fiscale, col passare dei decenni, è aumentato, e non di poco. Zabeo osserva al riguardo:
“Lavorare 5 mesi l’anno per lo Stato mette semplicemente in rilievo quanto sia pesante per i cittadini (non di rado insostenibile) il fisco nel nostro paese. Considerandolo al netto dell’economia sommersa, sui contribuenti onesti grava una pressione fiscale reale che è poco meno del 50%. Anche su questo aspetto l’Italia non si smentisce, è la peggiore d’Europa, tassa e tartassa impietosamente.”
Un blando ‘lenitivo’ è arrivato sulla pressione fiscale con l’introduzione del ‘bonus’ Renzi, esattamente 3 anni fa; nel 2015 dal costo del lavoro è stata cancellata l’Irap, e nel 2016 è stata eliminata la Tasi.
Nell’anno in corso, c’è stata la riduzione dell’Ires, ossia l’imposta sui redditi delle società di capitali, le deduzioni Irap sono aumentate, agevolazioni anche per le imprese con parziale esonero contributivo, per chi ha assunto personale a tempo indeterminato. L’Iva è rimasta invariata.
Anzi, se non si realizzeranno le premesse per una maggiore flessibilità nei conti (oggetto di continue divergenze con la Commissione europea), il prossimo gennaio sull’Iva potrebbe scattare l’aumento. Del resto fa già parte delle ‘clausole di salvaguardia’ previste dalla manovra correttiva che ha preteso l’Unione europea, per ridurre il rapporto deficit/Pil.
Nonostante gli ultimi dati incoraggianti sull’aumento del Pil, comunicati dall’Istat, è difficile pensare che l’Iva resterà al 10%, si pensa che come minimo, il prossimo gennaio, passerà all’11,5%.
Comunque vi sono ancora delle variabili da considerare, se il trend in positivo della crescita continuerà a sorprendere, qualche alchimia nelle manovre economiche potrebbe essere possibile, Bruxelles permettendo.
Perché, i conti in tasca non possiamo permetterci di farceli da soli, dobbiamo stare sui fili della cordata Ue.
Un fisco così pesante schiaccia la capacità di consumo delle famiglie e frena iniziative e investimenti nelle imprese, in definitiva è un deterrente alla crescita.
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