DI STEFANO FASSINA

Dividere un’ipotetica sinistra di governo da un’altrettanto ipotetica sinistra di testimonianza è un esercizio da falsari.
Si dovrebbe piuttosto partire dal rapporto che si ha con il regime delle compatibilità.
Si può mettere in discussione la centralità dell’impresa?
Si può dire all’Europa che i suoi vincoli non ci riguardano, se sono incompatibili con la vita delle persone?
Si può realizzare l’impiego pubblico qualificato come via per la piena e buona occupazione?
Si può parlare di reddito minimo, perché la piena occupazione per qualcuno non basta?
Si possono cancellare le grandi opere, che sono inutili per definizione?
Si può uscire dalla NATO, o almeno discuterne seriamente?
Si possono rimettere in campo le imprese di Stato, a partire dal sistema bancario e finanziario?
Si possono rilanciare scuola e sanità pubblica come baluardi di inclusione sociale e di uguaglianza?
Si può dire che tutto questo non avverrà mai per magia, ma solo attraverso conflitto e organizzazione, e quindi probabilmente ci vorrà un po’ di tempo, ma questo non impedisce di proporlo?
L’alternativa è la sinistra delle piccole cose, che si ritiene di governo perché ha rinunciato a governare i processi e si accontenta di tagliare il nastro dell’ennesima start up, finendo inevitabilmente per essere ancella di altri.
Credo che dovremmo parlarne laicamente, magari in un appuntamento costruito tutti insieme.
Almeno scopriremo su cosa ci uniamo o ci dividiamo.

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