DI BEBO MORONI
Nel Giugno del 1987 , tranquillino, tranquillino, imboccavo l’Underground a Marble Arch per scenderne a Piccadilly Circus, intento della passeggiata, oltre alla letizia che normalmente mi da il girovagar per Londra, giungere rapidamente da HMV ed acquistare una preziosa copia dell’edizione del ventennale di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band, il disco più bello della storia del rock.
Dico: “beh, entro, prendo il disco e pago, poi me ne vado da Hamleys a guardare un po’ di giocattoli” . Dico, ma non faccio, perché giunto nei pressi di HMV vedo una lunga coda di vociante folla. Bah, saranno lì a fare la fila per il teatro olografico del Trocadero. Manco per niente, erano tutti lì a far la fila per acquistare il disco dei Beatles. Cribbio, penso, c’é da aspettare qualche ora, e di rimando mi rispondo ( schzofrenico io? Ma pensate a voi che parlate da soli sull’autobus!) però, meno male, che paese civile questo, la gente ancora si accalca per i Beatles. Ecco perché sono anglofilo, ecco perché mi sento a casa. Bene, mi metto in fila convinto di trovarmi al massimo tra coetanei , anzi mi aspetto che qualche ingrigito ma indomito mod mi dica “scansati ragazzino che c’ero prima io”. Macché, meno male che in inglese non ci si rivolge agli altri in terza persona singolare, altrimenti sarei sprofondato nel marciapiede nello sconforto per la mia precoce vecchiezza. Erano tutti ragazzini- Quasi tutti, OK- ma insomma c’e n’era una massa assolutamente notevole.
Ragazzini, poco più che bambini, vestiti compitamente o ingiubottati di pelle nera, coi capelli a caschetto, a zazzera, alla Umberto, a zero, scolpiti, a siepe, alla nazarena, con la cresta, viola, verdi, blù, arancione, con un orecchino, due orecchini, tre orecchini, cinque orecchini, e quanti sennò? Insomma tanti ragazzi di tutti i generi, e di tutti i colori a fare ordinatamente la lunghissima fila per ottenere il loro disco dei Beatles.
E allora, con buona pace della mia passione per la musica classica, dei miei studi conservatoriali e soprattutto con buona pace di Strawinsky, Schoemberg, Hindemit, Nono, Dalla Piccola, Petrassi, Boulez e compagnia bella, anzi bellissima, chi può darmi torto se alla domanda: Se una sola cosa della musica del ‘900 dovesse rimanere ai posteri secondo te quale sarebbe? Io rispondo: I Beatles.
Il fenomeno Beatles travalica il fenomeno stesso, è ultrafenomeno non classificabile negli usuali scomparti della fenomenologia. E’ qualcosa di ancor oggi difficilmente spiegabile, nonostante i fiumi di parole che sono stati spesi, le biografie belle e brutte, oneste e disoneste, le risposte sociologiche, musicologiche, psicologiche, escatologiche. Tutti elementi parziali che spiegano e non spiegano perché a tutti manca un fondamentale: il contatto, che è animale e razionale al tempo stesso, passionale e scientifico, con la loro musica, con quel fatto assolutamente unico che è la loro musica. Perché nessuna analisi è ancora riuscita a spiegare come mai solo la musica dei Beatles ha un effetto così dirompente sul nostro patrimonio emozionale e come mai continui ad averlo, con la medesima intensità su quei ragazzini che erano in fila da HMV, sui nostri fratelli minori, su noi stessi che abbiamo vissuto solo parzialmente e di riflesso quel periodo. Non c’é sociologo che tenga. Quando uscì Sgt. Pepper io avevo otto anni, eppure di quella magica uscita ho un ricordo indelebile e mitico. Mio fratello che torna a casa con quella copertina incredibile, dove c’erano tutti, bastava cercarli, il disco posato sul giradischi Lesa, e l’emozione di quella musica che era oltre, oltre ed oltre.
Da quel ventennale sono passati ( maledizione) 30 anni. E ancora file e file di ragazzini.

 

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