DI RAFFAELE VESCERA
Francesco Barbagallo, storico per sua ventura sulle pagine di Repubblica, nel condannare il risveglio meridionalista in atto, che bontà sua bolla come “sudismo”, continua a difendere il falso storico diffuso nel comune pregiudizio, ma ampiamente demistificato da storici meno di parte, di un Sud arretrato prima dell’Unità d’Italia. Gli argomenti da lui sfoderati per dimostrarlo sono risibili. Vediamoli.
Egli sostiene che il Mezzogiorno dopo l’unità non ha saputo difendere l’industria che aveva poiché questa era sorta assistita dallo Stato e protetta con le barriere doganali, mentre il Nord, più pronto per via del suo capitalismo agrario, ha saputo svilupparla nel triangolo industriale.
Barbagallo nasconde però che se le ex Due Sicilie hanno perduto l’industria che c’era, ripeto c’era, è perché i piemontesi l’hanno costretta a chiudere, anche con le armi, trasferendo le macchine al Nord, dove l’industria non c’era, ripeto non c’era, e se c’era era minima, come riferiscono le statistiche dei prof. Daniele e Malanima, pubblicate sul libro “Il divario Nord-Sud dall’Unità ad oggi”. E Barbagallo nasconde anche che, appena sorta l’industria al Nord, con l’aiuto dello Stato e grazie soprattutto ai ducati d’oro sottratti al Banco di Napoli e a quello di Sicilia che ne avevano in abbondanza mentre il Piemonte aveva solo debiti, il governo italiano pose i dazi per proteggerla dai manufatti prodotti in Francia e Inghilterra, di migliore qualità e prezzi inferiori, così rovinando la pregiata produzione agricola del Sud, agrumi, olio, grano e quant’altro non più esportabili all’estero per via della chiusura delle dogane.
Sarà per caso che il grande Antonio Gramsci scrisse questo?
“L’unità d’Italia non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città-campagna. Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del SUD e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. L’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”.
Ancora, Barbagallo attribuisce alla mancata alfabetizzazione degli abitanti delle Due Sicilie e al suo mancato sviluppo bancario le cause dell’attuale arretratezza. Posto che l’Università di Napoli, da sola, aveva più iscritti del resto d’Italia e posto che la povera Sardegna, depredata e malgovernata da più di un secolo da Torino, aveva il tasso di analfabetismo più alto d’Italia, sarà un caso che Giustino Fortunato, economista e storico, senatore del Regno d’Italia per numerose legislature, meridionalista, in una lettera inviata il 2 settembre del 1899 a Pasquale Villari così scrisse:
“L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’Unità ci ha perduti. E come se non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali”.
Di più, Barbagallo ricorre all’altro luogo comune della mancanza di ferrovie nelle Due Sicilie, tant’è dice, che vi erano solo 10 chilometri di strada ferrata per congiungere il palazzo reale di Napoli alla reggia di Portici. Posto che Napoli ebbe il primo treno d’Italia e la più grande officina di produzione ferroviaria, i binari erano dodici volte di più tant’è che Garibaldi arrivò a Napoli da Salerno comodamente seduto in treno, e posto che l‘orografia prevalentemente montuosa e marina del Sud, ben diversa da quella padana, consigliava giustamente ai governi di sviluppare i trasporti via mare, cosa che fecero creando la flotta mercantile più grande del Mediterraneo, perché mai oggi, dopo 157 anni il Nord ha il triplo delle ferrovie del Sud? Sarà per caso se Gaetano Salvemini, politico antifascista, socialista, meridionalista e deputato del Regno così si espresse?
“Se dall’Unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”.
E perché mai l’economista di fama internazionale e primo ministro italiano agli inizi del ‘900, Francesco Saverio Nitti, avrebbe scritto questo?
“Napoli, ridotta ormai a città capitale di una colonia, vede ogni giorno i suoi consumi diminuire; i suoi abitanti non mangiano spesso molto meglio degli indiani. In compenso l’alimentazione di Genova, di Torino, di Milano migliora ogni giorno rapidamente; piccole città consumano più carne di Napoli. I consumi di Milano e di Torino in paragone di quelli di Napoli non differivano trenta anni or sono; differiscono ora quanto quelli di una città inglese di fronte a quelli di una città coloniale…”
Infine, Barbagallo lamenta che il Comune di Napoli, piegandosi ai demoniaci “neoborbonici” abbia tolto la cittadinanza onoraria al generale sabaudo Enrico Cialdini, riconosciuto quale sterminatore di interi paesi meridionali, con massacri e decimazioni da far impallidire i nazisti. Secondo Barbagallo, pur essendo vero ciò, non gli andava tolta la cittadinanza in quanto l’avrebbe fatto allo scopo di combattere il brigantaggio e unire l’Italia. Insomma, secondo lui un criminale di guerra va premiato per le buone intenzioni, perché allora non dare la cittadinanza onoraria di Roma a Kappler e perché mai Gramsci avrebbe scritto questo?
“Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
Erano per caso neoborbonici Gramsci, Nitti, Salvemini, Fortunato e mille altri? Così raccontatela, se vi pare.
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