DI ANGELO D’ORSI

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C’è poco da festeggiare, verrebbe, banalmente, da dire, secondo una formula a cui troppo spesso facciamo ricorso, nel pubblico e nel privato, davanti alle ricorrenze temporali, ai compleanni, specialmente. E questo 71° della Repubblica ci coglie smarriti, scoraggiati, tentati dalla voglia di “salire sugli alberi”, come il protagonista del Barone rampante di Italo Calvino, anche se la tentazione del disimpegno viene allontanata, ma con gran pena, perché sempre più spesso si ha l’impressione che questo Paese non abbia vera speranza di uscire dalla via melmosa in cui si dibatte.
Certo, abbiamo avuto uno straordinario momento di mobilitazione popolare, di partecipazione civile, di lavoro collettivo per un grande obiettivo politico, che si può sintetizzare nella salvezza stessa della Repubblica, con il referendum del 4 dicembre in difesa degli assetti istituzionali, a cominciare da quel baluardo che è la Carta Costituzionale. Eppure, v’è da essere amaramente disillusi quando si guarda all’esito di quell’azione corale, fondata sul lavoro di decine di migliaia di persone, che generosamente si sono buttate nella mischia, sacrificando tempo energie denaro, in nome della tutela di un interesse generale, di un vero “bene comune”.
Nell’ultimo mio intervento su MicroMega, alla vigilia del referendum, contrapposi “Noi” a “Loro”. Certo, “Noi” abbiamo vinto quella battaglia, importante, ma “Loro” stanno vincendo la guerra, questa è la dura verità. A partire dall’indomani dell’esito, dopo la sceneggiata delle dimissioni con lacrime di Matteo Renzi, il ceto politico è tornato lestamente, e lietamente, sui binari consueti, con un misto di arroganza e superficialità, di dilettantismo e faciloneria, nell’assoluto disinteresse verso i bisogni sociali, e le esigenze ideali della larga parte, la parte maggioritaria, della cittadinanza. E abbiamo con raccapriccio visto permanere al governo la signora Boschi, e con lei, nell’Esecutivo o comunque in posizioni preminenti, l’intera “banda delle riforme”. Non sono certo meglio i nuovi arrivi, dal truce Minniti, l’ex comunista che fa una politica di estrema destra, all’ineffabile Fedeli, la titolare del dicastero dell’Istruzione che di istruzione ne ha accumulata ben poca, nella sua carriera scolastica.
Abbiamo constatato, troppe volte, il silenzio inerte del capo dello Stato o sentito sue parole di circostanza all’insegna di stupefacenti banalità. Mentre i problemi italiani non solo non mostravano via d’uscita ma incancrenivano, a dispetto delle rassicuranti dichiarazioni del presidente del Consiglio, l’evanescente Gentiloni, o dei suoi ministri, preoccupati esclusivamente di durare. I terremotati dell’Emilia, della Romagna, dell’Umbria, delle Marche aspettano. Aspetta ancora, a distanza di oltre otto anni, la martoriata città dell’Aquila. Aspettano le legioni di disoccupati, di inoccupati, di esodati, di pensionati al minimo, di lavoratori e lavoratrici in nero.
Aspetta il territorio italiano, bisognoso di cure, le sue montagne disboscate, i suoi fiumi e torrenti pronti a tracimare perché nessuno li tutela, le sue strade provinciali rimaste senza manutenzione dopo la farsa dell’abolizione delle Province, bocciata peraltro dal referendum; aspettano le migliaia di edifici scolastici a rischio sismico, aspettano i siti archeologici sottoposti ai furti e al vandalismo, da un  lato, al decadimento provocato da incuria e turismo selvaggio dall’altro.
Aspettano le popolazioni del Mezzogiorno, attanagliate da povertà crescente, da una spaventosa disoccupazione giovanile, soffocate dalla morsa della grande criminalità. E mentre si blatera di “eccellenza” e “meritocrazia”, aspetta l’Italia della “ordinaria amministrazione”, un Paese bisognoso di amministrazioni snelle ed efficienti, di una legge elettorale equa, di una giustizia giusta, di un sistema scolastico e universitario sottratto all’osceno ricatto del mercato, liberato da grotteschi vincoli e vessatorie imposizioni istituiti da una serie di provvedimenti uno più deleterio dell’altro, restituito alla libertà dello studio e della ricerca.
Poco, pochissimo da festeggiare, dunque. Ma, se appunto respingiamo il richiamo degli alberi, e decidiamo di continuare ad occuparci degli “affari di tutti”, ossia della polis, della comunità di cui nel bene e nel male siamo parte, allora ci tocca ancora batterci per ricordare all’Italia tutta che questa Repubblica è nata dalla lotta armata dei partigiani, e si è dotata di una Costituzione che, in una complessa architettura istituzionale, attenta al bilanciamento dei poteri, vuole salvaguardare precisamente gli interessi generali, con particolare attenzione ai ceti deprivilegiati, e alla necessità di colmare le distanze con quelli privilegiati; una Costituzione che vuole tutelare i beni naturali e il patrimonio storico del Paese, e che “ripudia” la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Rammemoriamo tutto ciò in ogni luogo, in tutte le forme consentite, e ribadiamo, con vigore, i princìpi costitutivi della Repubblica. Se il suo momento fondativo si colloca il 2 giugno 1946, e il suo atto istitutivo si dispiega nei lavori dell’Assemblea Costituente, nel biennio ’46-47, concluso dall’entrata in vigore della Carta il 1° gennaio 1948, va comunque ricordato e ribadito che il punto d’avvio è il 25 aprile ’45. Celebrare la Repubblica significa combattere per i valori insiti nella lotta di Liberazione.

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