DI SABRINA PARAVICINI
Rivoglio i miei dodici anni, la lemonsoda con la cannuccia sul terrazzo di mia nonna, le canzoni di Umberto Tozzi e Alan Sorrenti. Le Superga sporche della terra del cortile, le ginocchia sbucciate con l’acqua ossigenata sopra che faceva la schiuma e poi la crosta, i gettoni del telefono per fare uno squillo dalla cabina a casa del bambino che mi piaceva e riagganciare per ridere con le amiche con le guance rosse per la vergogna, rivoglio il primo bacio, quello che sapeva di caramelle alla fragola e di meraviglia.
Rivoglio i miei stivali di gomma per la pioggia gialli e l’ombrellino trasparente, la mia cartella di pelle per andare a scuola, la merenda con il panino con il prosciutto del negozietto di alimentari vicino a casa.
Rivoglio la mia capanna sull’albero, rivoglio mia sorella, il mio papà, la mia nonna, gli abbracci, i baci, le gite insieme, le grida, le risate.
Rivoglio i miei dodici anni, li voglio nel mio cuore, ogni giorno, perché li avevo lasciati andare, li avevo persi per strada.
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