DI MARINA VIOLA

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Sono quasi le undici di sera. È finita un’altra delle mie giornate solitarie: io e Gus, il mio cucciolo di pitbull, tre mesi di dolcezza in continuo movimento. Le pipì e le cacche sul pavimento sono diminuite un pochino da quando lo porto fuori ogni 45 minuti. Ogni pipì fatta fuori è una festa tipo quelle di laurea dei film americani. Non siamo ancora riusciti ad arrivare alla fine della strada, perché non solo non ha idea di come si usi il guinzaglio (ah, non è un gioco da mordicchiare?), ma ha paura perché dietro l’angolo c’è l’ignoto.
Tutti se ne vanno alle otto meno un quarto della mattina, e io e Gus ci gestiamo le nostre giornate nel silenzio spezzato da qualche GOOD BOY!, COME HERE! e SIT! Poi verso le tre, Luca torna da scuola va di sopra a fare la sua terapia. Sofia arriva quasi subito dopo, dice un ciao veloce e se ne va in camera sua. Emma invece arriva verso le cinque emmezza, piena di racconti sulla giornata, interrotti all’improvviso dall’inizio del suo programma televisivo: “I wil tell you later”. Dan torna verso le sei, sempre stanco, sempre ansioso per il lavoro, con poca energia. A tavola si parla poco, a parte Emma che continua i suoi racconti. Poi fa un bagno caldo e va a letto alle nove in punto. Gus fa un’altra pipì in sala, che pulisco. Sofia e Luca in camera loro. Dan immerso nella sua stanchezza, è davanti al suo telefonino. E poi scopro che ormai sono quasi le undici di sera, vado di sopra a dormire, con il mio Gus che mi segue assonnato. Dan è già a letto da una decina di minuti.
“Come va?”, mi chiede.
“Sono stanca e mi sento sola”
“Come sola?”
“Sola, sono sempre sola”
“Non sentirti sola”, dice spegnendo la luce.
Non sentirti sola: grazie del consiglio!
Mi corico di fianco a lui. Gus mette la sua testa sulla mia pancia. Dan comincia a respirare il respiro di chi già dorme.
Penso.
Penso che la solitudine non sia la mancanza di persone attorno, e che infatti è l’opposto: la solitudine è quel sentimento che si prova quando c’è qualcuno lì di fianco ma in realtà non c’è connessione, ognuno nei propri pensieri. La solitudine me la immagino come una specie di verme che entra dentro il mio torsolo e me lo mangia tutto intorno. Crea uno spazio tra me e gli altri a volte impercettibile e a volte insopportabile. Che poi a me piace stare da sola. Entro subito in un ritmo che mi trascina verso sera e che mi aiuta a concentrarmi a fare diverse cose. Quando sono sola scrivo, poi suono un po’ il pianoforte, poi vado a fare una passeggiata, poi scrivo ancora. Poi leggo. Stare da soli per qualcuno è difficile, ma per me è bellissimo. Non mi pesa mai. Quello che mi pesa è avere amici, o Dan o i miei figli attorno e sentirmi sola nel senso più brutto del termine.
Poi penso ancora un po’.
Penso che sia strano quello che mi è successo oggi pomeriggio. Sono andata al supermercato a fare la spesa e mi è venuto in mente di comprare una tortina per Sofia, per festeggiare il suo ultimo giorno di liceo. Gliene ho presa una a forma di cuore, tutta di cioccolato e ricoperta di frutti di bosco. Poi le ho preso anche un bouquet di fiori e un bigliettino. Mentre sceglievo il bigliettino, improvvisamente, mi sono messa a piangere, perché mi è venuto in mente cosa scriverle e cioè che i figli sono come dei bruchi e il compito di noi genitori è fare in modo che quando diventano farfalle e volano via, le loro ali siano forti, belle e grandi. Poi ho pensato di scriverle che adesso può volare via e che io sarò sempre qui, a fare il tifo per lei. Pensavo a questo e mi è venuto così da piangere che la signora di fianco mi ha chiesto se andasse tutto bene. Sì, le ho detto sorridendo. Sorry. Tra qualche mese Sofia andrà al college, e sono felice per lei, ma tristissima per me, perché mi mancherà. E poi penso al tempo che passa a una velocità assurda e che mi ricordo come se fosse ieri la notte che Sofia è nata e adesso è pronta per il college.
Pazzesco.
Poi decido di non pensare più e di dormire un po’.

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