DI VIRGINIA MURRU
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L’applicazione della robotica nell’industria e in diversi settori dell’attività lavorativa, sanità compresa – dove peraltro tante sono le funzioni che assolve egregiamente – sta diventando una delle peculiarità che caratterizzano il terzo millennio e il suo biglietto da visita migliore: l’high tech.
Basterebbe del resto ascoltare attentamente la voce metallica, certo non umana, dei call center, per renderci conto che questa società ci sta imponendo – anche sul versante delle relazioni umane attinenti al mondo del lavoro, delle intelligenze artificiali – voci computerizzate che hanno sostituito quelle ‘naturali’.
Sono processi evolutivi che sotto alcuni aspetti non ci sorridono tanto, creano anzi perplessità perché con le ‘entità non pensanti’ non è emotivamente semplice interagire; ma lentamente, come tanti altri ‘lasciapassare’ del progresso, dovremo  conviverci, ‘naturalizzarli’, come liane della nostra intelligenza.
Certo non è semplice accettarne le conseguenze, quando la robotica rischia di travolgere l’attività umana, sostituendola ed ‘emarginandola’, perché a monte vi sono ragioni ben precise per il mondo produttivo, ragioni che si chiamano efficienza, riduzione dei tempi di esecuzione di una specifica attività, risparmio considerevole in termini di costi di lavoro.
Sono ottime ragioni per le imprese, che non disdegnano la ‘mano’ metallica quando può contribuire ad incentivare i margini di profitto, alimentare investimenti, bypassare crisi economiche e gestionali. Se poi la collettività si ritrova a fare bilanci molto più critici in termini di aumento a dismisura del tasso di disoccupazione, pazienza: è il progresso che senza fare tanto rumore, decide i nuovi assetti della società, non di rado stravolgendone i ritmi, imponendo le sue rigide norme. Ed è inutile rivoltarsi, indietro non si torna, veniamo scaraventati in questo treno supersonico in corsa, e l’unica via è l’adattamento, l’accettazione, non di rado a denti stretti. Intanto le notizie su questi rendiconti non sono affatto allettanti.
La McKinsey (multinazionale americana di consulenza strategica manageriale), ha da tempo lanciato l’allarme. L’ultimo rapporto è praticamente scioccante: attraverso l’esame di alcune migliaia di funzioni su un centinaio di mestieri, con i progressivi avanzamenti tecnologici, è risultato che praticamente il 50% è suscettibile di sostituzione (robotica), totale o parziale. Ne consegue che nel mondo un miliardo di lavoratori rischiano d’essere sostituiti da intelligenze artificiali, e sarebbero oltre 50 milioni solo in Europa.
Non sono cifre che portano propriamente ad esultare, è il lavoro ‘normale’ che diventa subalterno, meno efficiente della ‘mano’ precisa, rapida e funzionale del robot, e tristissimamente sembrerebbe che l’essere umano abbia trovato il modo di sostituire se stesso, con la ‘complicità’ della sua stessa intelligenza. L’automazione è comunque diventato un fenomeno dirompente, che imperversa in ogni settore dell’attività lavorativa.
Nemmeno si ha il tempo di realizzare l’autorità con cui si impone nelle nostre incombenze quotidiane. A cominciare dai lavori domestici, con una serie di ‘devices’ che hanno certamente semplificato attività faticose – che richiedevano un tempo di gran lunga maggiore per essere svolte – a quelli esterni, che sono i più disparati, e che ci piaccia o no hanno sostituito in modo egregio il dinamismo umano.
Basti pensare ai bancomat, che in pochi secondi assolve benissimo le funzioni di un impiegato di banca, alla cassa automatica, che ha dato il benservito al cassiere, e se la sbriga molto meglio ‘nel far di conto’. Per non parlare delle autostrade telematiche che sanno viaggiare in modo supersonico e portare messaggi e  email al destinatario in tempi infinitesimali rispetto alla comune lettera che segue  vie convenzionali.
Nonostante i miglioramenti indiscutibili dei trasporti, che sono stati ovviamente velocizzati, ora la comunicazione è diventata multimediale, corre sui fili invisibili dei collegamenti telematici.  E se ci occorre un vocabolario, la consultazione è immediata tramite il nostro pc, o ancora più semplicemente con uno smartphone. Ma su questi vantaggi indiscutibili pesa una grande vulnerabilità, il lavoro umano in troppi settori è diventato, non solo troppo oneroso, ma anche inadeguato alle nuove tecnologie, che svolgono ogni attività in tempi minimi, assolutamente impossibili per un individuo.
Sui rischi di un’automazione selvaggia, che mette a rischio milioni di  posti di lavoro,  ne aveva parlato anche l’ex presidente americano, Obama, poco prima che scadesse il mandato. L’ultimo  rapporto di McKinsey, intitolato “A Future That Works: Automation, Employment, and Productivity”, conferma i timori di questo inarrestabile processo in corso, prende in esame 54 nazioni, e il 78% dei lavoratori nel mondo.
Un altro allarme viene dalle Nazioni Unite, con un report dell’Unctad (Conferenza dell’Onu sul Commercio e lo Sviluppo). Il rapporto è intitolato ‘Robot and Industrialization in Developing COuntries’, e allarma alcuni continenti, i meno pronti ad accettare la sfida della robotica. Si tratta di America Latina, Africa, Asia, che subirebbero contraccolpi forse ancora più pesanti rispetto ai Paesi industrializzati.
Naturalmente il fenomeno non rende immune l’Italia, dove già il tasso di disoccupazione, è uno dei dati macro che esprime l’affanno di un’economia che stenta a stare al passo di quelle più evolute. Eppure sembra che il fenomeno dell’automazione non crei il dovuto allarme, né sul versante politico né su quello sindacale, con le associazioni di categorie che non si occupano in modo significativo di questi rischi.
Difficile accettare di buon grado il fatto che il lavoro umano sarà immolato ancora una volta a ragioni di profitto, più che di progresso vero e proprio. In Italia, da dieci a quindici milioni di lavoratori potrebbero essere sostituiti dalla nuova tecnologia. Il 38% dei posti di lavoro negli USA potrebbe essere sostituito dalla ‘robotica’ o tecnologia in generale, in Germania la percentuale sarebbe pari al 35%, Regno Unito 30%, Giappone il 28%. Percentuali inquietanti. Un terzo dei posti di lavoro sembrerebbero ipotecati.
Ovvio che i paesi più evoluti sul piano tecnologico saranno interessati dal rischio occupazione. Pensare ai ‘droni postini’ delle auto che vanno su strada senza l’ausilio della guida umana, è in qualche modo inquietante, o forse non siamo preparati abbastanza al potere della nostra intelligenza, e ai suoi risvolti.
Non si è nemmeno valutata la questione ‘reshoring’, (l’opposto di ‘offshoring’), ossia la delocalizzazione di una parte della produzione di un’impresa in Paesi in via di sviluppo, dove i costi del lavoro sono sensibilmente inferiori. Con il dilagare della robotica, ‘high tech’,  tante industrie potrebbero riportare in patria le produzioni delocalizzate sostituendole con l’automazione.
La Cina risulta essere il paese industrializzato che fa più ricorso alla robotica, ha orientato infatti parte della sua produzione in questo versante, considerati i vantaggi. Oggi fa concorrenza al Giappone, ne ha già superato l’efficienza anzi in questo ambito, sia nell’impiego di questi avanzati livelli di tecnologia, che nella produzione.
Impossibile non porsi interrogativi sul futuro del lavoro, sulle prospettive e applicazioni, sulle dinamiche alternative che consentano un impiego certamente diverso, ma che non lo portino ai margini nei settori produttivi.
L’automazione potrà interessare ogni attività umana, con interventi tecnologici avanzati, o più specificamente, con l’impiego di algoritmi. Nelle industrie la robotica ha sostituito parecchie ‘braccia’ di lavoratori e figure professionali; la sostituzione sarà in futuro graduale ma progressiva, alcuni settori è chiaro che siano più esposti, se si tratta soprattutto di attività ripetitive, meccaniche. In particolare ne risentiranno le industrie manifatturiere, le imprese agricole, le costruzioni. Ovunque, l’attività umana sarà semplificata dalla tecnologia, che renderà il lavoro umano non solo subalterno, ma anche inutile. Si calcola che il 5% delle professioni scomparirà, perché ‘soppiantate’ dall’efficienza della tecnologia. Intanto dovremo prepararci adeguatamente con ‘ammortizzatori’ validi.
Tutto questo impone delle riflessioni, ma c’è ancora di più. Qualcosa che incute timore davvero, perché si sconfina dall’ambito meccanico e manuale, e anche ‘cognitivo’, come può essere tutto il settore informatico, che sostituisce il potere della mente umana, ‘ragiona’ e svolge mansioni in tempi assolutamente non accessibili alle sue pur indiscusse prerogative.
Si parla di capacità espressive. Affidare ad un prodotto dell’intelligenza umana, qual è il robot, l’estro creativo che appartiene alla Poesia, è davvero quanto di più ardito e inquietante si possa immaginare. L’ultimo azzardo.
E’ in definitiva l’essere umano che sfida se stesso, e qui è molto più difficile capire, accettare. Eppure in Cina, la Cheers Publishing, ha pubblicato il primo libro di poesie scritte da un robot. E’ stato realizzato con un programma di intelligenza artificiale della Microsoft Little Ice, che ha ‘scritto’ i versi di questa silloge poetica. Stupore nel mondo della Cultura e perplessità, ma tant’è: non siamo mai abbastanza avvezzi alle irruzioni del progresso.
Sembra che il programma abbia fatto uso di un algoritmo, che ha memorizzato i versi di centinaia di poeti, da un secolo a questa parte. E proprio attraverso questa miniera di dati, il robot ha attinto la sua ‘ispirazione’, con input già disponibili e pronti all’elaborazione. Nel volgere di circa 3 mila ore, sembra abbia prodotto oltre diecimila testi poetici. Sono stati scelti i componimenti migliori, e ne sono stati pubblicati nel libro  della Casa editrice pechinese, 139.
Come tutti i robot ha lavorato con una velocità impressionante, al punto che un poeta avrebbe impiegato un secolo ad assimilare una mole così imponente di poesie. Nei primi mesi dell’anno sono stati diffusi nel web alcuni testi giudicati perfino interessanti; chi ha letto senza conoscere ‘l’autore’, sembra non abbia riscontrato caratteristiche di rilievo rispetto ai normali componimenti che provengono dalle emozioni di una mente umana.
Veramente questa notizia suscita qualcosa che assomiglia più allo sdegno che alla perplessità, perché dissacra le emozioni del poeta, un sentire che mai il robot potrebbe sostituire. Tante sarebbero le considerazioni da fare al riguardo, senza sconfinare in retorica, ma sono tutte facilmente intuibili, e portano in definitiva alla medesima conclusione: si potranno presentare i risultati più strabilianti, le conquiste più improbabili in termini d’intelligenza artificiale, ma non si potrà mai clonare una menta umana.
Almeno questa certezza ci resta, l’aspetto biologico che garantisce l’autenticità e unicità, non potrà mai essere riprodotto, nemmeno facendo ricorso ai più sofisticati algoritmi.
Per fortuna lo dice forte anche la multinazionale McKinsey:
“Gli esseri umani saranno ancora indispensabili: il guadagno in produttività che noi prevediamo potrà essere raggiunto solamente se gli uomini lavoreranno fianco a fianco con le macchine.”
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