DI GIACOMO MEINGATI
One love, one life, when it’s one need in the night.
Questo non è solo il ritornello di One degli U2, è un’esperienza primordiale dell’umanità.
Quando l’uomo si trovò, agli inizi del suo cammino, scaraventato su questa terra senza niente, presto sperimentò che il sole non durava per sempre.
E quando le prime notti sorpresero gli uomini fragili e senza fuoco, la prima cosa che essi capirono fu che non si potevano permettere di non unirsi.
Solo uniti avrebbero superato la notte senza luce.
“One love Manchester” ha significato per le 50 000 coraggiose persone che hanno partecipato al concerto all’Old Trafford Cricket ground, fare memoria di questo.
Manchester si unisce, si stringe attorno alla sua identità.
I bambini hanno la maglia del Manchester United, perché sono di Manchester, tutta la folla intona “don’t look back in anger” degli Oasis, la canzone che ha unito la città dopo l’attacco terroristico, una canzone scritta da Noel Gallagher, che prima di diventare una star faceva l’operaio ed è nato a Manchester.
Robbie Williams ha la voce rotta dal pianto e a stento riesce a concludere “Angel”, mentre Manchester, la sua città, si fa forza, si aggrappa a quello che è, ai suoi artisti, alla sua identità, alla sua cultura e alla sua forza per non farsi dominare dalla paura.
Così al tempio del cricket di Old Trafford è andato in scena “One love Manchester”, il concerto di beneficienza voluto fortemente da Ariana Grande e dal suo staff, in risposta all’attentato terroristico che aveva colpito il suo show proprio a Manchester.
I controlli delle forze dell’ordine sono stati maniacali e capillari, e il clima non è stato, almeno all’inizio, quello idilliaco di una festa, con i bambini e le bambine attaccati nervosamente alle mamme, sperando che non succeda niente, e le mamme di Manchester che spingono le figlie e i figli a non avere paura.
“Mia figlia Bella era all’altro concerto, quello dell’Arena, ha 14 anni – dice una di loro-. Era la prima volta che dicevo sì, e che la lasciavo andare con le amiche.
Stamattina quando mia figlia Bella mi ha detto che non era certa di andare al concerto, mi sono sentita peggio. Non è giusto che crescano nella paura.”
Il concerto si svolge in un’Inghilterra ferita da tre attentati terroristici in tre mesi, e quello di Londra successo solo pochi giorni fa.
Le emozioni contrastanti dell’evento le ha riassunte bene Chris Martin dei Coldplay che ha dichiarato: “anche io ho due figli, ed il problema della sicurezza e della paura me lo pongo da padre anche io. Quando succedono cose come queste c’è la sensazione che forse sarebbe meglio stare a casa, chiudersi dentro. Invece uscire, venire a un concerto, ballare insieme ad altri, stare insieme è l’antidoto perfetto, perché la realtà è che non siamo soli. Insieme possiamo farci forza”.
Con lui tra le star invitate anche Robbie Williams, Justine Bieber, Katy Perry, Liam Gallagher che ha duettato a sorpresa con i Coldpley, che hanno eseguito la canzone “don’t look back in anger” degli Oasis, che era stata spontaneamente intonata dalla folla ai funerali delle vittime dell’attentato alla Manchester Arena, oltre ovviamente a Ariana Grande, che insieme al suo staff ha organizzato questo evento nel giro di due settimane.
Manchester si unisce e dalla sua identità trova la forza, così come l’Inghilterra, così come il mondo occidentale, e chissà che i terribili attentati continui da parte del fondamentalismo islamico non ci portino a ricordare la prima grande scoperta dell’umanità, in quelle notti senza luce in cui, prima del fuoco, gli uomini scoprirono che potevano sopravvivere soltanto unendosi, e quando si trovarono a dover dare un nome a questa scoperta, la chiamarono amore.
La prima scoperta rivoluzionaria del genere umano sulla terra.
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