DI MARCO ERCOLI

La guerra dei sei giorni fu un conflitto combattuto tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra, dal 5 al 10 giugno 1967. Si tramutò in una rapida e totale vittoria israeliana. Al termine del conflitto Israele aveva conquistato la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria. L’esito della guerra, la condizione giuridica dei territori occupati e il relativo problema dei rifugiati influenzano pesantemente ancora oggi la situazione geopolitica del Medio oriente. Dopo la crisi di Suez del 1956, l’Egitto accettò il dislocamento di una forza di emergenza delle Nazioni Unite (la Forza di emergenza delle Nazioni Unite, UNEF) nel Sinai, con lo scopo di garantire che tutte le parti in causa rispettassero l’Armistizio di Rodi (1949). All’inizio del novembre 1966, la Siria firmò un trattato di mutua difesa con l’Egitto. Nel maggio 1967, Nasser ricevette falsi rapporti dall’Unione Sovietica secondo i quali Israele stava raggruppando truppe al confine siriano. Nasser cominciò quindi ad ammassare truppe nella Penisola del Sinai, lungo il confine israeliano (16 maggio), espulse la forza UNEF da Gaza e dal Sinai (19 maggio) e occupò le posizioni dell’UNEF a Sharm el-Sheikh, sugli stretti di Tiran. Israele ripeté le dichiarazioni fatte nel 1957, secondo le quali una chiusura degli stretti sarebbe stato considerato un atto di guerra o comunque una giustificazione per la guerra. Nasser dichiarò gli Stretti chiusi alle navi israeliane il 22-23 maggio. Il 30 maggio, la Giordania e l’Egitto firmarono un patto di mutua difesa. Il giorno successivo, dietro invito giordano, l’esercito iracheno cominciò a schierare truppe e unità corazzate in Giordania, con un successivo rinforzo di un contingente egiziano. Il 1º giugno, Israele formò un governo di unità nazionale e il 4 giugno fu presa la decisione di aprire le ostilità. Il 5 giugno 1967, alle 7:45 del mattino, l’aviazione israeliana lanciò un attacco a sorpresa contro l’aviazione egiziana, annientandola quasi completamente a terra (Operazione Focus). che sancì l’inizio della Guerra dei sei giorni. Dei 420 aerei da combattimento di costruzione sovietica a disposizione quel giorno, 286 vennero distrutti dopo le due ondate di attacco, e insieme con loro vennero rese inutilizzabili le piste di decollo, lasciando praticamente le forze armate egiziane senza copertura aerea. Nelle ore successive la stessa sorte (ma senza il fattore sorpresa) toccò all’aviazione siriana, che se pure non poteva vantare il numero di velivoli egiziani, disponeva di aerei di ultima generazione. Inoltre, non appena terminato il primo attacco aereo contro l’Egitto, Israele diede il via alle operazioni di terra (Operazione Lenzuolo Rosso), entrando nella striscia di Gaza e successivamente nella penisola del Sinai. Sul fronte giordano intanto, le prime ore del 5 giugno furono ambigue poiché Israele contava sulla neutralità di re Hussein che era stato ammonito a più riprese in tal senso, anche per il tramite degli Stati Uniti tradizionali alleati di entrambi i paesi. Di conseguenza Israele non aveva intrapreso azioni contro i giordani o schierato reparti al confine. Tuttavia la Giordania aveva firmato un Trattato di Mutua Difesa con l’Egitto appena il 30 maggio, e le notizie diffuse dalla propaganda egiziana (che parlavano di travolgenti successi della loro aviazione e dell’esercito) convinsero re Hussein ad attaccare. Dalle 10 del mattino i cannoni giordani cominciarono a bombardare Gerusalemme Ovest e Tel Aviv, mentre i 24 Hawker Hunter in dotazione attaccarono 3 campi di aviazione israeliani, ma senza grandi risultati. La reazione israeliana non si fece attendere: per prima cosa l’aviazione distrusse i campi di atterraggio di Mafraq e Amman e quindi, con una seconda missione, la totalità dei modernissimi Hawker giordani. Nel corso del pomeriggio le brigate corazzate israeliane contrattaccarono a Gerusalemme e a Jenin, entrando quindi in Cisgiordania per la prima volta dal 1948. Israele completò l’offensiva aerea nei primi due giorni, poi portò a termine tre vittoriose campagne terrestri. L’attacco aereo colse gli aerei egiziani ancora a terra, paralizzando le forze aeree egiziane, siriane e irachene e, distruggendo l’aeronautica militare giordana, stabilì rapidamente la supremazia aerea, che accelerò le successive vittorie terrestri. La campagna terrestre del Sinai durò dal 5 all’8 giugno e sfondò le difese egiziane, bloccandone la fuga, imponendo gravi perdite e causando l’accettazione incondizionata del “cessate il fuoco” il 9 giugno. Dal 5 al 7 giugno, Israele occupò Gerusalemme, Hebron e l’intera Cisgiordania. Il 9 giugno essendo ormai sopraggiunto il cessate il fuoco con Giordania ed Egitto, la guerra avrebbe potuto considerarsi terminata. Alle 3 del mattino la Siria aderì anch’essa al cessate il fuoco, ma il Ministro della Difesa Israeliano Moshe Dayan decise di approfittare della situazione politico-strategica, e diede di sua iniziativa il via all’offensiva sul Golan. Prima le alture furono pesantemente bombardate dall’aviazione e dall’artiglieria, quindi toccò alle brigate corazzate di intervenire. Nonostante le difficoltà e le ingenti perdite le forze dello Tsahal riuscirono a conquistare le alture. L’aviazione siriana, che nel frattempo aveva perso due terzi dei suoi velivoli, non riuscì a fornire alcun supporto alle brigate a difesa delle fortificazioni, scompigliate dai bombardamenti israeliani ed a corto di ufficiali. Tra la sera del 9 e la mattina del 10 il Golan rimase in mano israeliana mentre l’esercito siriano si ritirava verso Damasco, perdendo gran parte dei suoi armamenti. Israele dichiarò, pertanto, chiuse le ostilità avendo ottenuto una vittoria netta su tutti i fronti.

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