DI MAURIZIO PATRICIELLO

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Vigilia di Pentecoste, ci prepariamo per la grande veglia. La Chiesa implora: « Vieni Spirito Santo manda a noi dal cielo un raggio della tua luce». Dio – Amore sogna di vederci felici, in comunione con lui e tra noi. Dopo pranzo vado ad Afragola. Il traffico è fermo, gli automobilisti scesi dalle auto, hanno le facce incredule, impaurite, sgomente. Capisco. Scendo anch’io. Un uomo è stato appena assassinato. Era alla guida di un’elegante auto con la moglie, un amico, il figlioletto di undici anni. Tante persone hanno dovuto assistere al macabro rituale. Una mano pietosa ha steso un drappo bianco sul parabrezza. Il bersaglio è stato raggiunto senza fare vittime innocenti. Tiratori scelti. Professionisti del crimine. Scaltri esecutori di ordini. Poveracci che hanno smarrito la loro umanità, il senso della pietà. Hanno rinunciato alla loro dignità. Sicari capaci di cogliere di sorpresa il condannato a morte e poi scappare alla velocità del fulmine. È guerra. Ancora una volta è guerra di camorra nel Napoletano. Una delle tante guerre combattute senza pietà negli ultimi decenni. Aveva 52 anni, l’ ultima vittima, vicina a uno dei clan della zona. Nel giro di pochi giorni si contano già sette assassinati. Per le strade, nei vicoli, nei locali pubblici. Un’enormità. L’Italia deve alzare la voce e gridare allo scandalo come dopo un attentato terroristico. A Giugliano, ad Afragola, a Miano le sparatorie, orribili, spietate, sono avvenute, ancora una volta, in mezzo alle strade, nei locali pubblici. Vere e proprie esecuzioni compiute sotto gli occhi dei bambini, dei ragazzi, delle mamme con in braccio un neonato. Perché i bambini non vengono difesi, tutelati? A cominciare dai figli dei boss. « Il sangue non si lava» è il titolo del libro scritto da un pentito della camorra. È vero, il sangue non si lava, non si può lavare. Anche quando la strada è stata sgombrata e le autobotti puliscono l’asfalto, l’ odore delle vite stroncate rimane a dire l’ottusità degli uomini quando si lasciano ammaliare dalla sete del denaro, dalla prepotenza, dal potere. Il sangue non si lava, marca il territorio, distrugge le famiglie, inonda di odio le contrade, pretende di essere vendicato. Gridano giustizia i cittadini residenti in queste terre insanguinate. Domenico Bidognetti, ex camorrista del cosiddetto clan dei casalesi, a chi è tentato di aderire a queste maledette associazioni dice: « Giovani, non lasciatevi ingannare dalla malavita. È una trappola. Alla fine si finisce sempre allo stesso modo: o in carcere o al cimitero». Ma tanti giovani, prigionieri della droga e di una logica assurda, si sono schierati in bande criminali per il predominio di un pezzo di territorio. Il sistema maledetto che hanno messo in piedi sembra essere uscito dall’inferno. Dubitano di tutti, non si fidano nemmeno di quelli della stessa banda. Nessuno volta le spalle a nessuno; ogni amico è un probabile nemico; ogni appuntamento può nascondere un tranello. Sanno che sono inutili anche le precauzioni prese: macchine blindate, mura alte quattro metri, telecamere e guardaspalle non servono se è stata decisa la condanna a morte. La parola data vale quanto una cicca di tabacco. Un ritorno alle caverne. Ecco, agli studenti delle scuole che continuano a chiedere che cosa sia la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, occorrerebbe rispondere: « Un ritorno alle caverne. Agli uomini primitivi. Dove non esistono leggi che tutelino i cittadini, i piccoli, gli innocenti. Dove chi comanda decide la vita e la morte di un essere umano, della sua famiglia e tiene in scacco un quartiere, una città, una regione ». A Napoli e dintorni si fanno tantissime cose belle. Associazioni laiche e cattoliche, volontari, parrocchie, forze dell’ ordine, magistrati, ognuno secondo il proprio ruolo, e le proprie competenze, si danno da fare senza risparmio. A volte da veri eroi. Ma non può bastare. Se il nemico è forte la risposta dello Stato deve essere fortissima. Se il nemico terrorizza con le armi va disarmato, punito, messo in condizioni di non nuocere. Perché allora dopo decenni di lotta alla camorra non si riesce ancora a bonificare il territorio? Ce lo chiediamo in continuazione. Evidentemente perché non si è dato a questo fenomeno spaventoso il giusto peso. Dopo l’ ultimo agguato, dopo l’ ultimo omicidio, quando le armi tacciono e la voglia di vivere prende il sopravvento, si è tentati di illudersi che tutto sia ritornato sotto controllo. Il desiderio della normalità riesce a inventarsi una normalità che non esiste. Le decine di clan della camorra, l’un contro l’ altro armato, quando non sparano, preparano la guerra. Questa gente, pericolosa oltre ogni dire, va fermata a tutti i costi. I bambini di Miano, Giugliano, Caivano, Afragola sono cittadini italiani, europei. I loro diritti non sono stati inventati, occorre solo che vengano riconosciuti. La camorra ha cambiato pelle ma non è morta. I camorristi di oggi sono diversi – per modi, stile, scaltrezza, ipocrisia – dai vecchi camorristi di un tempo, ma stanno là, più pericolosi che mai. Questa gente, con scarsa intelligenza e senza un pizzico di cuore, va combattuta dalla società civile e politica con un triplo supplemento di intelligenza, di scaltrezza, di cuore.

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