DI FABIO BALDASSARRI
CI SIAMO: l’accordo sulla nuova legge elettorale stasera c’è. Da quello che si sa, già domani sarà all’odg della Camera. L’accordo non è solo fra Renzi, Berlusconi e Grillo, ma comprende anche Salvini perché il segretario della Lega ha convenuto (bontà sua) che sostenendolo accelera il ricorso alle elezioni politiche anticipate. Insomma: paradossalmente il minimo comun denominatore sarà il testo licenziato alla Commissione Affari Costituzionali, mentre il massimo comun denominatore sarà il voto con qualche mese di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. Scopo: fare campagna elettorale (poca e in estate) evitando di assumersi responsabilità sulle scelte di bilancio del 2018 che, con tutta probabilità, finirà in esercizio provvisorio. Alè: tutti insieme appassionatamente, ma a corpo libero, senza impegni e vincoli fuorché un sistema proporzionale farlocco, con un’alta percentuale di nominati ancora in mano alle segreterie nazionali. Ci sarà a chi basta la garanzia dell’elezione in Parlamento, chi accenderà un cero a sant’Antonio perché torna ad avere voce in capitolo, e chi già pregusta l’instabilità che lo spingerà col vento in poppa verso ulteriori nuove elezioni. Con lo sbarramento al 5%, inoltre, spariranno i piccoli partiti senza dar loro neppure il diritto di tribuna. Tuttavia ci sarà poco da eccepire perché, se non interverranno palesi aspetti di incostituzionalità, nessuno potrà negare l’esistenza di un ampio accordo sulla nuova legge elettorale. Ditemi, allora, se non vi viene in mente il garibaldino Tancredi del “Gattopardo” quando pronuncia la famosa frase «Cambiare tutto per non cambiare niente». Staremo a vedere, ma con crescente preoccupazione.
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