DI- STEFANO ALGERINI
Se ne è andato Giuliano Sarti, professione portiere. Aveva quasi ottantaquattro anni, ma se ti capitava di incontrarlo per strada, a Firenze, non lo avresti mai detto: sempre asciutto ed elastico com’era. Arrivò da queste parti da ragazzino nella primavera del 1954, e un anno dopo esordì in serie A difendendo la porta viola nella squadra che vinse il suo primo scudetto, la cui difesa (Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato) è tuttora una specie di mantra per i tifosi viola che da allora non è che abbiano avuto parecchie formazioni da mandare a memoria. Cavalcata straordinaria quella della squadra guidata da Fulvio Bernardini, solo venti gol subiti in un intero campionato. Con Sarti attore principale, pur non avendo uno stile appariscente. Per lui un portiere doveva prima di tutto avere una buona posizione, ed infatti diffidava sempre degli acrobati che rimediavano con i tuffi ad errori di piazzamento.
L’anno seguente Sarti e la suddetta difesa portarono la Fiorentina in finale di coppa dei campioni, persa, non senza polemiche e rimpianti, con il Real Madrid di Di Stefano, Gento e compagnia (una squadretta…). Poi negli anni seguenti ci fu tempo di vincere una Coppa delle Coppe ed una Coppa Italia, fino a che nel 1963 Sarti passò all’Inter di Helenio Herrera con cui, in cinque stagioni, vinse tutto quello che si poteva umanamente vincere: scudetti, coppe dei campioni, coppe intercontinentali. Eppure quella che è rimasta indelebile è una sua papera con il Mantova, all’ultima di campionato, che costò ai nerazzuri lo scudetto del 66-67 in favore della Juventus. Servirebbe qualche simpatico aforisma sulla sfiga, ma più semplicemente si può pensare a quanto sia maledetto il mestiere del portiere: una vita a salvare il didietro a tutta una squadra e poi per un errore resti marchiato a vita.
Ad ogni modo Sarti non se ne fece mai un cruccio, ed anzi ancora adesso sorrideva ripensando a quella situazione. Come detto si era stabilito definitivamente a Firenze, dove continuava a presenziare a manifestazioni sportive e non solo. E dove, in radio, si era ritagliato un ruolo alla Gino Bartali: un “è tutto sbagliato, è tutto da rifare”, detto con cadenza e bonomia diversa, ma con lo stessa vena polemica. E sembrava di vederlo, mentre scuoteva la testa davanti “alle prodezze” di chi difendeva la porta della Fiorentina in questi ultimi anni. Non proprio dei fenomeni, ma tant’è, non tutti potevano avere lo stile di un Giuliano Sarti.
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