DI RITA DALLA CHIESA

5 giugno 2017. Festa dell’Arma dei Carabinieri. I Carabinieri che sono sempre stati la vita della mia famiglia. Che indossano gli amari sulla pelle. Che oggi piangevano per la medaglia d’oro data alla vedova di un loro collega ucciso per difenderci. Che hanno la foto di mio padre nei loro uffici, sul comodino, e che hanno chiamato Carlo Alberto i loro figli. Che hanno scelta una vita difficile, dura, piena di rischi e sacrifici, anche economici, per il legame indissolubile che hanno creato con la loro divisa e i loro cittadini. E con quello Stato che hanno giurato di servire, ma che spesso, invece, e’ uno Stato assente. Che non li difende. Stasera e’ una serata difficile. Per me e per le tante famiglie, come la mia, che hanno avuto un colpo al cuore per la sentenza di una cassazione che giudico sconvolgente. E che mette in serio dubbio la mia fiducia nella giustizia. Mio padre, e i tanti che sono caduti per mano mafiosa, massacrati dai proiettili nelle macchine o sui marciapiedi, non hanno avuto dignita’ nella morte. A cielo aperto, sotto gli occhi di tutti. Senza nemmeno un lenzuolo per coprire il loro ultimo dolore. Ma oggi, Festa dell’Arma dei Carabinieri, c’e’ chi chiede dignita’ per chi ha insanguinato l’Italia. Toto’ Riina. Dicono che sia malato, e che voglia tornare a casa. Mio padre e tutti gli altri che ha fatto ammazzare, a casa non ci sono potuti tornare. Perche’ e’ stato il signor Riina a dargli il colpo di grazia, quella maledetta sera del 3 settembre.

 

 

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