DI LUCA BILLI
Ci sono molte buone ragioni, di natura etica e giuridica. a sostegno della sentenza della Cassazione in cui si stabilisce il principio che una persona in gravissime condizioni di salute, prossima alla morte, possa essere scarcerata, anche se i crimini che ha commesso sono terribili e inemendabili. E’ naturale e legittimo che le vittime di quei delitti siano contrarie a un tale provvedimento di clemenza, ma in uno stato di diritto non possono essere le vittime e le loro famiglie a determinare la natura della pena: per questa stessa ragione non ha senso il ragionamento che Totò Riina non ha mai mostrato alcuna pietà verso le sue vittime. Anzi una collettività si dimostra tanto più forte quanto più sa dosare la propria capacità di punire.
Nel caso specifico però ci sono solide ragioni politiche che dovrebbero far desistere da questo proposito, ragioni politiche che credo dovrebbero prevalere su quelle di carattere giuridico. E dovrebbe essere la politica a prendere una decisione in tal senso, non demandandola ai giudici, che possono solo applicare le leggi e i principi giuridici che le ispirano.
Totò Riina non è soltanto un malvivente che ha commesso molti delitti e su cui pesano molti ergastoli, ma è stato il capo di un’organizzazione eversiva in guerra contro le istituzioni democratiche del nostro paese. E in uno stato di guerra ci sono regole diverse, che ci piacciano o meno. Naturalmente anche verso i prigionieri di guerra si possono lanciare segnali di clemenza, quando questi sono stati sconfitti, e quando questi atti di generosità, e di forza, servono a segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo. Giulio Cesare piange davanti alla testa mozzata di Pompeo che gli uomini del faraone gli recano in dono; se lo può permettere perché ormai Pompeo è stato sconfitto e con lui la “vecchia” Roma repubblicana.
Non è il caso di cui stiamo parlando. Totò Riina non è il vecchio capo degli sconfitti, per quanto crudele, per quanto sanguinario, verso cui potremmo dare un segno di forza liberandolo. E’ il capo di quelli contro cui stiamo ancora combattendo, che hanno nuovi capi, ancora più crudeli, ancora più sanguinari. Anzi è stato il capo di quelli che stanno vincendo; purtroppo. E se stai per perdere non puoi permetterti il lusso della clemenza, non puoi dare loro ulteriori vantaggi. Lasciare libero uno come Riina, per quanto in agonia, per quanto non più riconosciuto come un capo – anche se su questo credo sia giusto nutrire qualche dubbio – rischia di apparire un ulteriore segnale di resa. E in questo paese già troppe volte ci siamo arresi a queste forze eversive, abbiamo creduto di poterle usare – mentre sono sempre state loro a usare noi – le abbiamo considerate, a seconda delle fasi storiche e delle convenienze politiche, come interlocutori. E quindi si sono fatte forti di queste nostre paure, di queste nostre furberie, di questi nostri continui raggiri.
In uno stato di guerra occorre garantire che i prigionieri ottengano le migliori cure possibili e di questo lo stato deve farsi assolutamente garante. Permettere a Totò Riina di uscire dal carcere, anche solo per morire, anche se giustificato da nobili intenzioni, anche se perfettamente legale e perfino eticamente giusto, sarebbe una sconfitta. L’ennesima.
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