DI NICOLA BORZI
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Qualche anno fa, un analista di una prestigiosa banca d’affari conio’ l’acronimo Brics: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica erano i Paesi emergenti sui quali puntare per ottenere crescita economica, ritorni finanziari, performance di investimenti. Oggi di quell’acronimo e’ rimasto ben poco: il Brasile e’ in una pesante crisi politica, la Russia cerca di uscire dall’isolamento e dall’embargo dopo il conflitto in Ucraina e la svalutazione del rublo, la Cina naviga a vista le procellose acque di una grande bolla del debito, in Sudafrica si susseguono gli scandali e l’India, pur forte economicamente, ha avuto qualche sbandamento interno. Ma e’ proprio l’India che mi fa riflettere. Decenni fa, un sociologo conio’ un’altra definizione: secondo lui il Brasile era la Belindia, il Paese in cui una minoranza viveva come in Belgio e il resto della popolazione come in India. Beh, a me pare che una globalizzazione imperfetta e asimmetrica stia trasformando tutti i Paesi in una gigantesca Belindia degna di Brazil, il capolavoro di Terry Gilliam. Sempre meno gente vive come in Belgio, sempre più vive come in India. Ora molti penseranno che io mi sia iscritto al vasto movimento antimondialista, sovranista, noglobalista. Non e’ cosi’. Io credo in una globalizzazione equa, fair, dove chi sta più in difficolta’ viene aiutato e non viene penalizzato chi sta meglio. Una globalizzazione dove il dumping sociale viene combattuto. Come? Non comprando merci o servizi da chi lo pratica, ad esempio.
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