DI GIANLUCA ARCOPINTO
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Avere tre figli significa anche sottoporsi nella vita ad almeno una dozzina di recite scolastiche. Stamattina tocca a Davide, quarta elementare. Davide è quello che per ovviare al divieto di dire le parolacce un giorno si è scritto sulla pancia vaffanculo, in modo da poterlo fare leggere alzandosi la maglietta a chi secondo lui lo meritava; è quello che a sette anni è andato a mangiare in birreria sotto casa da solo; è quello che a dieci anni scarsi ha preso l’autobus per tre fermate lasciando a terra appanicato il fratello più grande che non sapeva più come fare a recuperarlo.
Oggi Davide è soltanto un bambino teso che si mangia le unghie perché tra un po’ deve recitare. Non è perché oggi non riconosco mio figlio, ma a me le recite scolastiche mettono addosso un senso di disagio assoluto. Genitori che si affannano a costruire costumi e scenografie, più tesi dei figli. Telefonini e telecamere accese per non perdere un solo gesto del proprio figlio. Per rivederlo quando? Memorie intasate di ricordi senza avere veramente vissuto l’attimo che rimarrà però impresso per sempre. Ma siamo poi così sicuri di questa tecnologia, che sarà per sempre? Le maestre, loro sembrano sempre registi mediocri il giorno della prima. E poi ci sono i pianti a dirotto dei bambini che hanno sbagliato, che non si sono piaciuti. Solo qualcuno sorride felice perché comunque gli applausi arrivano sempre.
Ma siamo proprio sicuri che i nostri figli vogliano fare le recite scolastiche?
Più tardi, finita scuola, incontro Davide.
“Papà, sono stato bravo?”
“Sì, sei stato bravissimo”
Adesso è disteso, non si mangia più le unghie, anche perché praticamente non ce le ha più. Adesso può andare a giocare sereno.
Io me ne vado a lavorare con gli occhi ancora velati di lacrime.
“Hai visto quel papà, si è commosso!”
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