DI ANGELO DI NATALE

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Da anni è di moda la “caccia” ai piccoli partiti additati come i responsabili dello sfascio nazionale. Non che non abbiano le loro colpe, ma esse sono, né più né meno, le stesse, in proporzione alla loro dimensione, dei grandi partiti, per ragioni che nulla hanno a che fare con la loro taglia e che riguardano tutt’altri fattori i quali non sono il tema di questa riflessione. Il “crimine” di cui i piccoli partiti sono sistematicamente accusati consisterebbe nel loro potere di ricatto esercitato per far cadere governi o impedirne la nascita, se non alle loro condizioni. Nella realtà italiana questo è un falso storico. Il governo Renzi lo ha fatto cadere …. Renzi, capo del più grande (e non del più piccolo) partito italiano. Il precedente, guidato da Letta, lo ha fatto cadere sempre Renzi, appena diventato capo di quel partito, sempre lo stesso e quindi il più forte in Parlamento. Vero è che, se andiamo indietro nel tempo, il primo governo Prodi cadde, nel ’98, perché una parte di Rifondazione comunista non votò un atto di governo su cui era posta la fiducia, ma non si può certo dire che ciò sia avvenuto per l’esercizio di un potere di ricatto, bensì, semplicemente, per un dissenso su un provvedimento di politica economica e sociale, come è fisiologico in democrazia: che poi quello di Bertinotti sia stato un imperdonabile errore storico è tutt’altra questione! Anche nel 2008 la caduta del secondo governo Prodi ebbe a che fare con le difficoltà di tenuta di una variegata coalizione piena di piccoli partiti che però, in quel caso, più che esercitare un ricatto, dovettero difendersi e sopravvivere contro la scelta scellerata dell’allora segretario Pd Veltroni di annientarli attraverso una legge elettorale, “patteggiata” solo con il Pdl di Berlusconi, a misura delle rispettive “esigenze” di appropriarsi anche dei voti che i cittadini non avrebbero espresso a loro. Per tornare all’attualità, anche il governo in carica è traballante, non per i capricci dei piccoli partiti, ma, semmai, dei grandi, a partire, ancora una volta, dal Pd di Renzi. Il quale, da quando occupa la scena politica nazionale, dalle primarie per la premiership di fine 2012, pur potendosi fregiare di cotanto curriculum, non fa altro che imputare ai piccoli l’instabilità del sistema, per depredarli a colpi di soglie di sbarramento. Tutto ciò è frutto di un imbroglio. Ai grandi fanno gola i voti dei piccoli e se ne impossessano – come il lupo di Esopo – con falsi pretesti. Il che non è una questione che riguardi – solo – i partiti, ma investe i cittadini, attenta alla democrazia e calpesta i principi fondamentali della nostra Costituzione. Il 5% per cento dei voti equivale, oggi in Italia, a circa due milioni di voti. Sbarrare la porta del Parlamento ad ogni forza politica che non raggiunga questa soglia significa distorcere il principio dell’uguaglianza del voto e spostare con un atto di arbitrio e di abuso diversi milioni di voti, anche dieci milioni e più (la somma di tutti quelli espressi dai cittadini in favore di ciascuna lista fermatasi al di sotto della soglia) dai partiti prescelti democraticamente dagli elettori agli altri, aventi programma politico diverso ed anche opposto. Che l’argomento – molto caro a Renzi, ma non solo – sia un imbroglio è nei fatti. Nessuna legge elettorale, in assenza di vincolo di mandato, potrebbe mai garantire sempre e comunque governi e maggioranze stabili. Così come partiti piccoli, del 3 o 4 per cento, possono disporre della loro forza per compiere liberamente le loro scelte nella dialettica parlamentare, qualche volta concorrendo alla nascita e alla morte dei governi, nello stesso identico modo possono farlo quei pezzi di partito di cui si compone un grande partito. Così come x può utilizzare in Parlamento il suo 3% per sostenere le proprie scelte, allo stesso modo possono farlo le varie componenti di 3% inevitabilmente contenute nel partito y del 30%, potendone, se necessario, uscirne, in qualunque momento. Del resto la migrazione di parlamentari da un partito all’altro nel corso di questa legislatura, con le sue cifre imbarazzanti, è lì a testimoniarlo. Allora perché discriminare il voto liberamente manifestato dai cittadini e, con un atto di eversione democratica, scippare loro milioni di voti e regalarli, con imposizione malandrina, a partiti e a candidati che non hanno scelto ed anzi hanno avversato? E’ vero, in molti ordinamenti, anche a democrazia avanzata, esistono correttivi al principio dell’uguaglianza del voto, ma essi devono essere minimi, ragionevoli e soprattutto efficaci: cioè il sacrificio da essi imposto a tale principio deve essere il più piccolo possibile, mentre alto e tangibile deve essere il beneficio arrecato. Quando si elegge un organo altamente collegiale e rappresentativo come il Parlamento, custode peraltro della sovranità popolare, ogni “furto” di voti è ingiustificato perché non produce alcun risultato utile. Ogni governo che nasca dovrà avere il sostegno di una maggioranza parlamentare ma ad essa devono e possono concorrere indifferentemente tutti i rappresentanti eletti sulla base della libera scelta degli elettori. E niente e nessuno potrà mai garantire che un partito del 3 o 4% sia, solo per la sua dimensione numerica, meno funzionale alla causa della stabilità dell’analogo 3 o 4% – e così dei tanti 3 e 4% – di cui si compongano i partiti più grandi che, in partenza, contino, per esempio, sul 30 o 40% dei parlamentari. E ciò vale non solo per l’imbroglio dello sbarramento, ma anche per sconsiderati premi di maggioranza, con o senza ballottaggio. Quest’ultimo stratagemma è utile, ed anche prezioso, quando si tratti di eleggere una carica monocratica: un sindaco, un presidente di regione, un capo di Stato o di governo. Poiché ovviamente alla carica dovrà essere eletta necessariamente una persona e non due o tre, è ovvio che in questi casi si imponga un meccanismo – maggioritario appunto – che garantisca questo risultato. Ed è così anche quando con tale modalità vengano eletti i parlamentari (meglio se con il più alto consenso possibile, per esempio con almeno il 50%, altrimenti scatta il ballottaggio), come nel caso dei collegi uninominali. E’ questa l’unica strada percorribile, con serietà ed onestà intellettuale, da chi abbia veramente a cuore la governabilità: l’elezione diretta del capo di Stato o di governo (scorciatoie non ce ne sono: semmai, sarebbero imbrogli!). Anche in questo caso tutt’altra cosa sarebbe comunque l’elezione di un Parlamento la cui natura e composizione devono rispondere innanzitutto ad un bisogno di legittimazione rappresentativa, valorizzando il pluralismo culturale e politico nella società e rispettando il principio dell’uguaglianza del voto. Il voto è sacro e deve restare laddove l’elettore lo ha liberamente collocato. Nessuno può disporne senza compiere un furto (anzi, rapina) di democrazia.
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