DI FULVIO SCAGLIONE

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Come prima, più di prima.  Cambiano i presidenti negli Usa, iniziano e finiscono le crisi politiche, si inaspriscono o si calmano le guerre ma il convitato di pietra di tutte le decisioni prese in Medio Oriente resta l’Iran. Lo era prima dell’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 con gli Usa di Barack Obama, l’Onu, la Russia e l’Europa, lo è anche ora che Donald Trump ha rinnovato, e anzi rafforzato, l’abbraccio americano alla causa dei wahabiti dell’Arabia Saudita.

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Un passo decisivo in questo senso è stato l’intervento iraniano in Siria e in Iraq. All’ombra della Russia, gli ayatollah hanno partecipato alla prima grande sconfitta americana e occidentale dal crollo del Muro di Berlino (proprio contro Bashar al-Assad è fallita la prima operazione di regime change da quando George Bush senior, appunto nel 1989, varò la strategia della “esportazione della democrazia”). Il successo politico-militare si è tramutato, come sempre accade, in una grande opportunità diplomatica: con il piano russo-turco della “de-escalation zones”, le zone in cui è stato varato un cessato il fuoco che dovrebbe portare alla pacificazione, l’Iran ha potuto smettere l’uniforme del Paese combattente e indossare la grisaglia del garante di pace.
Ancor peggio, o meglio per Teheran, in Iraq. Il Governo di Baghdad, dominato dai partiti sciiti filo-iraniani che sostengono il primo ministro Aidar al-‘Abadi, hanno preteso e ottenuto dagli americani di intitolarsi la riconquista di Mosul. Così i raid aerei Usa si prendono tutta la responsabilità delle inevitabili vittime civili (migliaia ormai, secondo le rilevazioni di AirWars e dell’Osservatorio iracheno per i diritti umani) e lasciano la gloria alle truppe irachene. Le quali, a loro volta, sono sotto il controllo “politico” delle Unità di mobilitazione popolare, che sono inquadrate nei ranghi dell’esercito ma hanno comandi indipendenti e che, proprio come i pasdaran iraniani, fanno da punta di lancia negli scontri (e infatti sono state le prime a raggiungere il confine con la Siria) ma anche da “guardiani” dell’ortodossia politico-religiosa e della natura sciita del potere in Iraq. Domani, a riconquista di Mosul completata, la vittoria sarà una vittoria sciita e l’Iran potrà atteggiarsi a padre nobile della liberazione dell’Iraq.
La prospettiva, che implica per conseguenza anche il rafforzamento di Hezbollah in Libano, preoccupa moltissimo gli altri Paesi. Di Israele si sa: da anni ritiene che il rafforzamento dell’Iran sia un pericolo assai maggiore dell’Isis e da anni si comporta di conseguenza, anche sul piano militare. La Turchia diffida ed Erdogan usa la Russia come garante del fatto che nei futuri assetti della Siria potrà metter mano anche lui.
Chi è ormai sull’orlo della crisi di nervi è l’Arabia Saudita. Ha rimpinguato le casse di Donald Trump per avere una fornitura di armi record, tale da superare persino quelle, massicce, a suo tempo assicurate dal duo Obama-Clinton. Ottenuta la copertura degli Usa, ha “scomunicato” il Qatar, colpevole di sostenere i Fratelli musulmani ma soprattutto di non essere perfettamente allineato con Riad nello scontro (per ora politico, domani chissà…) con Teheran.
L’Iran, quindi, si trova ora nella scomoda situazione di dover gestire un successo politico grande ma arrivato forse troppo in fretta (solo due anni fa erano ancora in vigore le sanzioni internazionali) per un Paese tutt’altro che solido e coeso, che in breve potrebbe essere chiamato a scelte cruciali come quelle che investono la riforma del sistema economico, ancora dominato dalle fondazioni religiose (bonyad) e dai pasdaran. Una debolezza che i sauditi sembrano sempre più tentati di sfruttare per passare all’offensiva.

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