DI GLORIA GALLUZZI
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 La prima sezione  penale della Cassazione ha accolto il ricorso del difensore di Totò Riina, che chiede il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare in ragione delle gravi condizioni di salute del detenuto e della necessità di adeguate cure assistenziali non praticabili in carcere.
La richiesta (si legge nella sentenza 27.766, relativa all’udienza del 22 marzo scorso) era stata respinta lo scorso anno dal tribunale di sorveglianza di Bologna, che però, secondo la Cassazione, nel motivare il diniego aveva omesso “di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico”.
La Cassazione, nella sua argomentazione, ha affermato come anche a Riina spettì il cd.“diritto di morire dignitosamente”.
Pur comprendendo la difficoltà di accostare al pluriomicida Riina la possibilità di godere di un diritto come quello ad una “morte dignitosa”, proprio a lui che di morte ne ha seminata, bisogna sforzarsi di comprendere qual è la ratio sottesa al procedere della Cassazione. Che, ricordo, non essersi pronunciata concedendo i domiciliari a Riina, bensì sollevando il cd. “difetto di motivazione” della sentenza del Tribunale di Bologna. Carenza di motivazione che si configura tutte le volte in cui la sentenza non dia conto dei motivi in diritto sui quali è basata la decisione e dunque non consenta la comprensione delle ragioni poste a suo fondamento, non evidenziando gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione ed impedendo ogni controllo sul percorso logico-argomentativo seguito per la formazione del convincimento del Giudice.
Riina non è un delinquente comune, ha distrutto famiglie e rovinato vite. Ma se quello che vogliamo, se lo vogliamo, è un paese civile che possa essere esempio per chi, come i mafiosi, l’umanità e la civiltà le hanno oltraggiate, allora dobbiamo applicare le nostre leggi che, come dice il nostro codice, “sono uguali per tutti”.
“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Così si pronuncia la nostra Carta Costituzionale al comma 3 dell’art. 27.
Alla base di tutte le agevolazioni giuridiche, riservate ai condannati in precarie condizioni di salute, ci sono due articoli del codice penale, il 146 (modificato dalla legge 231/99, che disciplina la compatibilità tra detenzione e H.I.V./A.I.D.S.) e il 147.
“E’ previsto rinvio obbligatorio della pena nei casi di malattia particolarmente grave per effetto della quale le condizioni di salute del condannato risultano incompatibili con lo stato di detenzione, quando la persona si trova in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative .”
La ratio di tale norma si ravvisa nell’esigenza di tutelare il diritto alla salute del condannato, garantito dagli articoli 27 (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) e 32 della Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”) e di coordinarlo con il dovere dello Stato di far espiare la pena.
La giurisprudenza sul punto è varia nonostante il diritto positivo poco fa esposto. Ma, posto che viviamo in uno stato di civil law, è proprio al diritto positivo che dobbiamo rifarci. Senza guardare, nonostante ogni ovvia difficoltà, chi è il condannato.
Non solo in nostro diritto interno è ispirato a questo principio, ma anche il diritto sovranazionale che nella Carta dei Diritti Cedu sancisce al suo art. 3 quanto segue in riferimento al divieto di trattamento disumano in carcere: ” Oggi il divieto sancito dall’art. 3 della Convenzione rappresenta un elemento costante in tutti gli strumenti internazionali di tutela dei diritti dell’uomo e in gran parte delle Costituzioni moderne; come tale la Corte ha più volte ribadito l’importanza del divieto definendolo “un principio fondamentale delle società democratiche”. Questa espressione è stata utilizzata dai giudici di Strasburgo.
In uno stato di diritto, questi sono i principi inderogabili di cui tutti possono e devono usufruire. Sebbene sia comprensibile un senso rifiuto rispetto personaggi che si sono macchiati di crimini efferati, la lotta alle mafie si deve perpetuare senza allontanarci dal nostro comune senso di umanità. Le vittime delle mafie non avranno giustizia se Riina o chi per luì morirà in condizioni disumane.
La volontà di chi scrive non è quella di ridurre tutto ad un freddo tecnicismo senza voler sottolineare la persona che Riina è ed è stato, le vite spezzate e le famiglie distrutte. Ma non è la morte lenta, agonizzante e dolorosa espressione di un paese civile. Lo Stato ha il dovere di lavorare ed impegnarsi per combattere il fenomeno mafioso e non è certo lasciando morire Riina in condizioni incivili che questo avverrà.
Contro la barbarie e contro la mafia questo è il nostro strumento: la civiltà, che come Stato e come cittadini decidiamo di non perdere.
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