DI GERARDO D’AMICO

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Il discrimine tra pena ed afflizione sta scritto nella Costituzione: il carcere deve tendere al recupero sociale di chi delinque.
Questo vuol dire che è meritevole di trattamenti umanitari, dai permessi premio fino alla messa in prova, della magnanimità da parte dello Stato, quindi della collettività che è stata offesa da quei reati chi abbia fatto un percorso di “redenzione”, dissociandosi da quei crimini, dimostrando fattivamente -denunciando i complici, indicando dove siano i proventi delle proprie attività illecite, chiedendo scusa per il male fatto….- attestando quel cambiamento riabilitativo che solo può permettere l’affievolimento della pena o la sua diversa modalità di esecuzione.
Anche se si è vecchi, anche se si è malati: questo il percorso di vera giustizia, a cui bisogna sottomettersi.
Mettendo da parte le giustissime rimostranze delle centinaia di parenti delle vittime, spesso innocenti, casuali, di Riina e della mafia, a detta di tutti i vertici dell’antimafia quel signore è tuttora il capo dei capi di una organizzazione crudele e criminale che è sempre presente ed attiva, non solo in Sicilia e non solo in Italia.
Scarcerarlo sarebbe un passo indietro nella lotta alla mafia. Soprattutto, non sarebbe giusto.
Lo Stato dimostra la sua superiorità rispetto ai trattamenti bestiali a cui si è ispirato e che ha messo in atto questo criminale durante la sua vita assicurandogli un medico sempre presente 24 ore, cure di alto livello. Questo certamente basta.
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