DI ALBERTO FORCHIELLI
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Nell’imminenza del voto in Gran Bretagna, ecco i prospetti che illustrano la rimonta clamorosa del Labour nei sondaggi dall’annuncio a sorpresa delle elezioni anticipate il 18 aprile, e dal picco di disavanzo del 26 aprile. Dal 26 aprile in poi Corbyn ha cominciato a conquistare strati sempre più vasti di consensi, e la situazione della vigilia, per quel che concerne il “Poll of polls”, l’aggregato delle varie società di sondaggi, presenta il vantaggio dei Conservatori a 8 punti sui Laburisti, contro i 20 punti del 26 aprile. Se questo corrispondesse al reale sentimento degli elettori, Theresa May uscirebbe dalle elezioni con una maggioranza sufficiente a mantenerla al potere con un margine di seggi più che sufficienti a governare. Ma i vari sondaggi si sono andati raggruppando in due schieramenti piuttosto contrastanti: da una parte quelli che presentano un divario costantemente netto, fino a 12 punti a favore dei Tory, dall’altra quelli che vedono la massima incertezza di risultati con i due schieramenti vicini al fotofinish di un punto appena di margine. Stando ai precedenti, cioè il referendum sul Brexit, i sondaggisti che risultarono più vicini al risultato reale, in un quadro generale di smacco per la categoria, sono stati quelli della ComRes, con proiezioni contenuti entro il 2 per cento di errore concesso. Ma la differenza con l’altro gruppo, di società come Survation, si spiega nella diversa impostazione delle reciproche metodologie. Survation & Co. non conteggiano gii incerti o quelli che esprimono l’intenzione di non votare, mentre ComRes e soci attribuiscono a questi gruppi intenzioni di voto specifiche che vanno a pesare sul sondaggio.
In ogni modo, la rimonta di Corbyn è stata straordinaria, così come la discesa di May. Facile da spiegare, in entrambe i casi. Per i primi due anni alla segreteria Labour, Corbyn é stato vilipeso, attaccato, deriso dai suoi stessi compagni di partito, dipinto dai media conservatori (la maggioranza in GB) come una macchietta comunista del secolo scorso. Theresa May si era illusa che la campagna elettorale sarebbe stata per lei una marcia trionfale su e giù per il Paese, sotto la bandiera del Brexit. Ma Corbyn e il Labour hanno lanciato un manifesto che punta diritto ai problemi della gente, la massa che dal 2008 in poi ha dovuto sopportare austerità e tagli selvaggi ai servizi sociali di fronte all’escalation esponenziale dei profitti dell’élites finanziarie. Sistema mutualistico, scuole, università, assistenza, la cronica carenza di abitazioni a prezzo accessibile, sono temi che hanno subito acceso l’attenzione dell’elettorato, tantopiù che May è incorsa in clamorose gaffes come la minaccia ai risparmi dei pensionati qualora vengono colpiti dalle malattie della vecchiaia che richiedono assistenza prolungata e assidua, dall’Alzheimer alle altre forme invalidanti. La “Dementia tax” si rifarebbe dei costi sulla casa e i risparmi sopra ile 100.00 sterline. E anche se May ha cercato un frettoloso dietrofront, il dubbio insinuato nei pensionati presenti e futuri resta. Soprattutto la campagna elettorale ha permesso alla gente di conoscere Corbyn in diretta e senza i filtri faziosi dei media. La sintonia, il feeling tra il leader laburista e la audience è stata immediata. Mentre May, cosciente della propria incapacità oratoria, è apparsa assai meno leader, assai meno forte e decisa, di quanto sperava di far credere. Tanto che, nei corridoi del palazzo di Westminster, si mormora già che anche in caso di vittoria non c’è alcuna garanzia che i conservatori appoggeranno a oltranza il primo ministro May. Un cambio di leader in corsa è già all’orizzonte, vada come vada in questo voto.
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