DI GIACOMO MEINGATI
“Canta o Musa e attraverso di me narra la storia”.
Bob Dylan il suo discorso del Nobel lo ha concluso così, tornando a “Omero poeta sovrano”.
Con un discorso di ventisette minuti in cui riassume la sua esperienza di cantautore, e il modo in cui la grande letteratura l’ha segnata e influenzata, Dylan completa l’ultima tappa del protocollo previsto per il vincitore del premio Nobel per la letteratura.
Robert Allen Zimmerman è nato in una cittadina del Minnesota, Duluth, in cui “non c’era niente da trovare o da combattere, perché era tutto stato fatto per restare come era per sempre”.
Dylan non è neanche maggiorenne quando parla ai suoi genitori per dirgli che DEVE partire per tornare a casa.
La madre lo guarda sbalordita e gli dice, un pochino preoccupata “tesoro, ma tu sei a casa”.
No mamma, fu la risposta del giovane, questa non è la mia casa.
Più tardi spiegò: “dovevo andarmene. Volevo cercare una strada che nessuno avesse percorso prima, non cercavo il successo, cercavo qualcosa di unico e di mio, come una sorta di Odissea che mi riportasse alle mie vere origini”.
Dylan è stato, nel corso della sua vita, bravissimo a non farti capire chi è, ma una cosa certa su di lui si può dire: non sono le cose “di quaggiù” che lo interessano, la sua è una ricerca che si muove su un piano di cui non sa nulla neanche lui, ma che sicuramente non è soltanto “qui”.
Questo elemento segna tutti i ventisette minuti del suo discorso, che inizia ricordando il lungo viaggio che fece per andare a vedere Buddy Holly.
Il cantautore sarebbe morto pochi giorni dopo, e a un certo punto del concerto, spiega Dylan, lui lo guardò e gli “trasmise qualcosa”. È questo qualcosa che non sa spiegarsi a imprimersi nella memoria di Dylan, non un dettaglio tecnico, non uno stile musicale o lirico. È qualcosa di più, di più profondo.
C’è un momento preciso nella storia della letteratura occidentale, alcuni lo fanno risalire a Holderlin, altri ad Arthur Rimbaud, in cui la letteratura smetterà di essere rappresentazione stilistica esterna al soggetto per diventare, o ritornare a essere, il racconto della vita dell’autore.
Un grande poeta italiano lo spiega bene in queste poche parole: “Quando trovo in questo silenzio una parola, scavata è nella mia vita, come un abisso”.
Essere più aderente alle esperienze reali della vita, spiega Dylan, è il motivo che lo portò a fare musica Folk: “era l’unico linguaggio che conoscevo, e quindi l’ho usato”.
Dopo l’introduzione legata alla domanda su quale fosse il nesso tra le sue canzoni e la letteratura, le citazioni di alcuni dei grandi musicisti che lo hanno influenzato, Dylan passa a citare tre capolavori della letteratura che attraversano ed hanno nutrito tutta la sua opera.
“Moby Dick” di Herman Melville, di cui mette in luce gli echi biblici, le simbologie psicologiche e cita con precisione diverse fasi della trama, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, dal quale trae lo struggente affresco di una gioventù ingannata dalla società e dalla cultura del proprio tempo, che finisce preda del massacro tremendo della prima guerra mondiale e, infine, l’Odissea di Omero della quale ripercorre, sommariamente ma con una certa padronanza, le tappe salienti, arrivando ad affermare che quel “libro straordinario”, ha influenzato innumerevoli Songwriters in tutta la storia della nostra epoca e della nostra civiltà.
Colpisce la mancanza di menzione per Dylan Thomas, il poeta dal quale Dylan trasse il suo nome d’arte, come anche l’assenza nel discorso di un cenno a Woodie Guthrie, l’artista che, come dice spesso e come mostra la sua storia, lo ha maggiormente influenzato all’inizio della sua carriera. Un caso? Una scelta?
Colpisce che in tutti e tre i libri citati ci sia il tema della guerra, in cui Remarque si immerge, dalla quale Ulisse torna, e che Melville descrive nel cuore del capitano Acab, portato alla rovina dalla sua ossessione per la vendetta nei confronti di Moby Dick.
Inoltre, uno dei musicisti da lui citati come sue influenze principali, Leadbelly, era nero.
Non un dettaglio nell’America di quel tempo, e neanche in quella di oggi.
Violenza, vendetta, odio, politica del muro e della guerra tacitamente contestati?
Dylan da tempo ha smesso di parlare del nostro tempo, da quando fu identificato come punto di riferimento di un movimento mondiale di protesta del quale detestava l’icona che tutti gli avevano cucito addosso.
Da tempo è al silenzio dei versi che Dylan affida il suo messaggio per il mondo, e forse è per questo che, in mezzo a mille voci assordanti quanto poco credibili, il suo silenzio è ancora il grido più distinto, e forse nelle scelte di queste citazioni, c’era un messaggio e un senso da cogliere. Un’eredità.
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