DI CARLO PATRIGNANI

Una brutta storia che si ripete, un terribile déjà vu: una madre lascia la piccola figlia di appena 16 mesi, anziché all’asilo, come faceva ogni mattina, nell’auto, parcheggiata vicino al Comune di Castelfranco di Sopra, dove lavora segretaria comunale. Tranquilla va a lavorare. E dopo più di sei ore ritorna e fa la macabra scoperta: la piccola è inerme, la testa riversa sul seggiolino, non ce l’ha fatta a sopravvivere chiusa nell’abitacolo dell’auto per di più al sole.

Cos’ho fatto?, urla disperata: ero convinta di averla portata all’asilo. Ora la giovane madre è indagata per omicidio colposo.

E’ possibile quanto accaduto, ossia dimenticare la propria figlia nell’auto?

Parlo del fatto in se, non della signora: non posso sapere cosa le è successo. Per cui, correttamente, non avendo avuto modo di parlarle, non esprimo giudizi su di lei, premette lo psichiatra e psicoterapeuta Martino Riggio.

Come dire, diagnosi a distanza e fuori dal setting non si possono fare, non si fanno. Allora restiamo al fatto in se: ci si può dimenticare della propria figlia o del proprio figlio?

La dimenticanza non è il termine appropriato al fatto accaduto: ci si può dimenticare di qualunque cosa, la borsa, le chiavi di casa, il portafoglio, ma non di un essere umano, specie poi se si tratta di un bimbo o di una bimba. Tutti noi continuamente dimentichiamo: se non lo facessimo saremmo dei ripetitori meccanici, dei computer. In questo caso, ripeto, il dimenticare non c’entra nulla, precisa lo psichiatra.

E spiega il perché.

La dimenticanza è attinente agli oggetti. Il rapporto con un bimbo piccolo non riguarda il rapporto con un oggetto, ma con la realtà umana del piccolo: non si chiama, pertanto, dimenticanza ma come ha teorizzato 47 anni fa lo psichiatra Massimo Fagioli, pulsione di annullamento.

Però attenzione: detto che il dimenticare è di tutti per cui è considerato una cosa naturale, si crede allora che – chiosa lo psichiatra – dimenticare una bambina in macchina sia naturale e che potrebbe essere di tutti. No, per me, non è così: si tratta di una malattia e riguarda solo pochissime persone.

Qualcuno dice che alla base di questi black-out improvvisi possa esserci l’amnesia dissociativa causata da stress, stanchezza, mancanza di sonno…

Non sono per niente d’accordo: non si può parlare di amnesia dissociativa. Se giustamente si considera che le funzioni della personalità di una persona, la coscienza, la memoria, gli affetti, il comportamento, la percezione, etc, funzionino in modo armonico e integrato, perché a un certo punto si dissociano e a essere colpita è proprio la funzione della memoria? E perché il deficit mnestico colpisce solo una persona? Se c’è una amnesia, colpisce tutte le sfere cognitive di un individuo e non solo l’esistenza di una persona. E ancora, essendo un quadro abbastanza drammatico, equivarrebbe a chi, sotto un bombardamento o subito dopo, non ritrova la strada di casa o non ricorda il nome, come è possibile che nessuno durante il lavoro non se ne sia accorto?

Bisogna, insomma, cambiare strada, modo di pensare. Bisogna avere il coraggio – evidenzia Riggio –  di introdurre altri concetti, come affettività e di anaffettività.

Benissimo, avanti, continui!

L’affettività è quella dimensione complessa di interesse, di movimento verso l’altro essere umano con cui creare un rapporto. Di contro, si può ricavare cosa sia l’anaffettività, che compone spesso uno dei sintomi più gravi di alcune malattie psichiatriche: è il non avere alcun interesse per l’altro, nessuna attività, nessun movimento. E il motivo sarebbe semplice. L’altro non sarebbe un essere umano. O meglio, razionalmente si può anche riconoscere che lo è. Ma non è come me. Se parliamo di un bimbo molto piccolo, non parla, non capisce, non si esprime, spesso dorme. Allora non ha in se le caratteristiche principali di un essere umano, la razionalità e il linguaggio verbale.

Per cui, conclude lo psichiatra, bisogna invece ribadire, con quanta più forza abbiamo, che tra un bambino anche di un giorno e un adulto esiste, è reale la possibilità di creare una relazione interumana evolutiva e valida. Tocca all’adulto trovare il modo giusto e la maniera giusta per svolgere questo rapporto. Pensare a tale relazione come impossibile, significa non vedere la realtà vera, il senso di un bimbo così piccolo, che è comunque un essere umano da quando viene al mondo. Significa investire il piccolo di quel disinteresse, di quella noncuranza, di quel distacco, in altre parole di quella anaffettività che alla minima occasione, uno stress, un problema, un imprevisto, fa irrompere nella relazione la pulsione di annullamento che porta a non considerare più l’altro, a fare come se si stia soli, a pensare che quel bambino in macchina non ci sia mai stato.

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