DI MANLIO SOLLAZZO
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Il 10 giugno è una data decisiva nella storia del ventennio fascista, poiché ne segna al tempo stesso l’inizio e l’inizio della sua fine.
Il 10 giugno del 1924, è il giorno in cui i sicari della Ceka, la “polizia politica” del regime, rapirono e uccisero il deputato socialista Giacomo Matteotti, il quale, il 30 maggio aveva avuto la temerarietà di denunciare apertamente alla Camera i brogli elettorali, le intimidazioni e gli atti di violenza compiuti dai fascisti alle elezioni del 6 aprile 1924. Quando, il 16 agosto, il cadavere di Matteotti fu ritrovato alla Quartarella, una località deserta della campagna romana, tutta l’opposizione, per protesta, si era già ritirata sull’Aventino, al fine di spingere il re Vittorio Emanuele III ad obbligare Mussolini a dare le dimissioni. Ma il sovrano , anche in occasione della secessione dell’Aventino, si mostrò debole e miope così come lo era stato nel precedente evento della marcia su Roma, quando si rifiutò di firmare il decreto di proclamazione dello stato d’assedio, preferendo invece conferire a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. Nell’ottobre del 1922, l’intervento dell’esercito avrebbe sicuramente disperso i circa 14.000 squadristi protagonisti del tentato colpo di stato. Vittorio Emanuele III non colse nemmeno la seconda occasione propizia che gli si presentò per provocare la precoce fine politica di Benito Mussolini ed impedire l’affermazione del Fascismo: il 10 giugno era stato infatti compiuto un atto gravissimo, intollerabile, l’assassinio di un parlamentare che suscitò una profonda indignazione in tutto il Paese al punto che il consenso personale dell’allora sedicente duce, la cui responsabilità in qualità di mandante era a tutti evidente, calò vertiginosamente. La passività del sovrano diede però modo a Mussolini di uscire dall’impasse in cui era sprofondato. Nel celebre discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, l’”Uomo della Provvidenza” si assunse “la responsabilità politica, morale, storica di quanto è avvenuto”, cioè del delitto Matteotti e di tutti gli altri crimini compiuti dallo squadrismo fascista: “Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, – disse Mussolini – se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico, morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi”.
L’accadere degli eventi dopo il 10 giugno 1924 portò Mussolini a gettare la maschera e a forzare la mano. Di lì a poco sarebbero state promulgate le liberticide leggi fascistissime e sarebbe stato edificato il totalitarismo – seppur “imperfetto” – fascista.
Esattamente 16 anni dopo, il 10 giugno 1940, Mussolini, giunto all’apice del consenso e del potere, dichiarava dal balcone di Palazzo Venezi, dinanzi a una piazza gremita e sovraeccitata, l’entrata in guerra dell’Italia contro le potenze plutocratiche della Francia e della Gran Bretagna. Il 10 giugno 1940 fu il giorno storico dell’ora delle “decisioni irrevocabili”: l’Italia fascista, nazionalista, bellicista e razzista, si accingeva a lanciarsi nella tragica avventura del secondo conflitto mondiale, combattendo con l’alleato tedesco nazista, una guerra parallela, ma disponendo di una forza militare notevolmente inferiore a quella della Wermacht.
Il resto è storia, la pagina più buia ed infernale della storia italiana e dell’umanità intera, simboleggiata dalle camere a gas dei campi di sterminio e dal fungo atomico di Hiroshima e Nagasaki. Storia che per Mussolini si concluse drammaticamente a Piazzale Loreto il 28 aprile 1945, quando il suo cadavere e quello dell’ amante Claretta Petacci furono appesi a testa in giù ed esposti al pubblico dileggio.
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