DI MARCO ERCOLI

Il boss Giuseppe Graviano alludendo alla decisione, presa nel novembre del ‘93, di revocare il carcere duro per 450 mafiosi, disse a un compagno di detenzione, non sapendo di essere intercettato: «Poi nel ‘93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia. Allora il governo ha deciso di allentare il 41 bis, poi è la situazione che hanno levato pure i 450». Le parole di Graviano sono finite agli atti del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia e dimostrerebbero, secondo i pm, che tra le condizioni messe da cosa nostra alle istituzioni per fare cessare le stragi c’era un allentamento del carcere duro. Graviano ricorda il suo periodo al 41 bis a Pianosa: «Pure che stavi morendo dovevi uscire e c’era un cordone, tu dovevi passare nel mezzo e correre. Loro buttavano acqua e sapone. Andavano alleggerendo del tutto il 41 bis …se non succedeva più niente, non ti toccavano, nel ‘93 le cose migliorarono tutto di un colpo. Berlusconi quando ha iniziato negli anni ‘70 ha iniziato con i piedi giusti, mettiamoci la fortuna che si è ritrovato ad essere quello che è. Quando lui si è ritrovato un partito così nel ‘94 si è ubriacato e ha detto `Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato´. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore. Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa». Sono stralci di una conversazione con l’uomo con cui il capomafia trascorreva l’ora d’aria nel carcere di Ascoli Piceno.
Cosa successe nel 1993 da indurre lo Stato a trovare un accordo con la mafia?
9 anni dopo l’ultima strage, la strage di Natale, quella che portò la morte dentro una vettura del Rapido 904 sulla linea Napoli-Milano, le bombe gettate nel mucchio tornarono a fare rumore e cadaveri. La primavera-estate del ’93, ormai quasi del tutto dimenticata e forse rimossa, fu per l’Italia una nuova stagione di sangue.
Roma 14 maggio 1993
Nel maggio 1993 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano) si portò nuovamente a Roma per compiere l’attentato a Costanzo e venne ospitato di nuovo da Scarano nell’appartamento di suo figlio. Il gruppo, accompagnato da Scarano con la sua auto, effettuò vari sopralluoghi nella zona dei Parioli per individuare Costanzo ed infine rubò una Fiat Uno; Scarano procurò anche un garage presso il centro commerciale “Le Torri” a Tor Bella Monaca, dove Lo Nigro e Benigno portarono l’auto rubata e provvidero a sistemare l’esplosivo all’interno di essa, dopo averlo prelevato dallo scantinato di Scarano stesso. Nella stessa sera l’autobomba venne parcheggiata in via Fauro ma non esplose per un difetto del congegno, che venne riparato il giorno successivo sempre da Lo Nigro e Benigno. Quella sera, l’autobomba venne fatta esplodere ma Benigno schiacciò il pulsante del telecomando con qualche istante di ritardo perché aspettava Costanzo su un’Alfa Romeo 164 mentre invece comparve una Mercedes blu, non blindata, alla cui guida era l’autista Stefano Degni e dove sedevano il presentatore e la sua compagna Maria De Filippi (che rimasero illesi), seguita da una Lancia Thema con a bordo le due guardie del corpo Fabio De Palo (rimasto ferito) e Aldo Re (che subì lesioni legate allo shock). Nell’esplosione subirono gravi danni i palazzi di via Fauro, della vicina via Boccioni ed inoltre crollò il muro di una scuola che si trovava quasi di fronte al luogo della deflagrazione; circa sessanta auto parcheggiate nelle vicinanze rimasero danneggiate ed altre sei finirono addirittura distrutte nell’esplosione.
Firenze 27 maggio 1993
L’attentato dinamitardo avviene all’1.04. La Fiat Fiorino, imbottita con 250 chilogrammi di esplosivo, parcheggiata di fronte all’ingresso secondario dell’Accademia dei Georgofili, dietro la Galleria degli Uffizi, fa tremare con l’esplosione l’intera città. All’arrivo dei Vigili del Fuoco, delle forze dell’ordine, delle ambulanze lo scenario che si presenta è un enorme cratere nel suolo causato dall’esplosione della Fiat Fiorino, un lago di acqua, macerie e fango e la Torre de’ Pulci, all’interno della quale ha sede l’Accademia dei Georgofili sin dal 1932, squarciata a metà. Nell’attentato perdono la vita cinque persone. All’ultimo piano della Torre de’ Pulci vive la custode Angela con il marito Fabrizio Nencioni e le loro due bambine, Nadia e Caterina. Le ricerche durano più di due ore. La prima ad essere ritrovata è Caterina di appena cinquanta giorni, battezzata la domenica precedente. Inutile la corsa del vigile del fuoco con il fagottino bianco in braccio verso l’ambulanza. Il mezzo si muove a sirene spiegate nel vano tentativo di salvare la piccola per fermarsi poco dopo. In seguito vengono ritrovati i corpi senza vita di Nadia Nencioni, nove anni, Angela Fiume e Fabrizio Nencioni. L’ultima vittima, ritrovata poco più tardi, è Dario Capolicchio, studente ventiduenne di architettura che vive nel palazzo di fronte. Oltre alle vittime si è registrato il ferimento di una quarantina di persone. La Torre de’ Pulci, la torre medioevale (secolo XV) nella quale ha sede l’Accademia dei Georgofili dal 1932, è stata parzialmente distrutta. L’ordigno esplosivo ha fatto crollare gran parte della parete prospiciente Via dei Georgofili. Il crollo della parete ha comportato la distruzione della quasi totalità delle volte in muratura poste al primo piano, delle coperture dei solai. I lavori di ristrutturazione si sono svolti in due fasi. La prima ha previsto la messa in sicurezza e nel preconsolidamento della parte della struttura prospiciente via Lambertesca; la seconda fase ha, invece, riguardato il restauro completo del complesso vasariano degli Uffizi. L’esplosione ha danneggiato gravemente alcune opere presenti negli ambienti della Galleria degli Uffizi posti in via dei Georgofili e nel corridoio vasariano. Altre opere sono andate completamente perse. Tra queste ultime si annoverano “Il concerto musicale” e “I giocatori di carte” di Bartolomeo Manfredi; “L’adorazione dei Pastori” di Gerrit van Honthorst; “Aquila” di Bartolomeo Bimbi; “Avvoltoi, gufi e beccaccia” di Andrea Scacciati; “Scena di caccia” di Francis Grant; “Grande cervo in una palude” di Edwin Landseer.
Milano 27 luglio 1993
Alle 22:45 circa una giovane donna, bionda, sui trent’anni, venne vista parcheggiare una Fiat Uno in via Palestro a Milano, di fronte al Padiglione di Arte Contemporanea. Secondo la testimonianza di due passanti, la donna risalì su un’altra vettura insieme ad altri due uomini. Alle 22:55 l’auto di pattuglia della Polizia Locale con a bordo Alessandro Ferrari e Catia Cucchi venne fermata da una coppia di passanti, che li avvisava che da una Fiat Uno parcheggiata di fronte al PAC fuoriusciva del fumo bianco. Ferrari scese dall’auto ed effettuò un veloce sopralluogo: dopo aver verificato che poteva trattarsi di un principio di incendio, non essendoci fiamme ma solamente un denso fumo bianco, insieme alla collega avvertì via radio la propria sala operativa, chiedendo l’invio di una pattuglia dei Vigili del Fuoco. Poco dopo, alle 23:05, arrivò sul posto la squadra di Via Benedetto Marcello, che constatò come ci fosse solo molto fumo. Aperto il cofano, la squadra notò un pacco nastrato con lo scotch e dei fili elettrici. Scattò subito l’allarme bomba e si decise di evacuare la zona, bloccando la strada e le auto in transito. Mentre le sale operative venivano avvertite per l’invio degli artificieri, alle 23:14 un’esplosione violentissima fece saltare in aria l’auto e uccise Ferrari, La Catena, Pasotto e Picerno, lasciando feriti gli altri. Moussafir Driss, venditore ambulante di origine marocchina, venne colpito e ucciso da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina vicina. L’onda d’urto dell’esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti, distrusse il muro del Padiglione d’Arte Contemporanea e danneggiò la vicina Galleria d’Arte Moderna. La deflagrazione provocò, nella notte, verso le 4 e mezzo del mattino, un’altra esplosione dovuta alla rottura di una tubatura sotterranea del gas, che provocò ulteriori danni al Padiglione, alle opere d’arte al suo interno e anche alla vicina Villa Reale.
Roma 27 luglio 1993
Il 26 luglio, Lo Nigro, Spatuzza e Giuliano si portarono a Roma e nella serata del giorno successivo rubarono altre due Fiat Uno, accompagnati da Benigno e Scarano: le due auto rubate furono portate nel magazzino di Di Natale sulla via Ostiense, dove Lo Nigro e Benigno provvidero a imbottirle con l’esplosivo già conservato lì; la sera stessa, Lo Nigro portò la prima autobomba davanti San Giorgio al Velabro mentre Spatuzza, Benigno e Giuliano portarono la seconda a San Giovanni in Laterano, accendendo le rispettive micce: le esplosioni, che avvennero a distanza di quattro minuti l’una dall’altra, provocarono ventidue feriti ma nessuna vittima, nonché gravi danneggiamenti alle due chiese. Avvertito dell’esplosione di Milano, l’allora presidente del Consiglio, Ciampi, decise di convocare per l’indomani una riunione con gli esperti dell’ordine pubblico. Ma, pochi minuti dopo, venne avvisato dal suo portavoce, Peluffo (che era a cena in centro, e che dunque le avvertì distintamente), di altre due esplosioni: vennero sventrate la Chiesa di San Giorgio al Velabro, e soprattutto la Basilica di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma, con l’annesso appartamento dell’allora Cardinale Vicario, Camillo Ruini, in quei giorni fuori città. A quel punto Ciampi, preceduto dal suo portavoce, si recò a Palazzo Chigi, per anticipare la riunione coi responsabili dell’ordine pubblico, ma scoprì che nessuno era stato avvertito del suo arrivo. In quella stessa, drammatica, notte, infatti, i telefoni della presidenza del Consiglio erano isolati, per un inspiegabile guasto: non fu neppure possibile, da parte di Ciampi, parlare col presidente della Repubblica, Scalfaro, se non tramite la batteria telefonica del Viminale. Tre attentati quasi contemporanei, ed il contestuale isolamento, per quasi tre ore, della presidenza del Consiglio fecero temere il peggio: Ciampi pregò Peluffo di chiamare i cronisti politici dei principali giornali, per farli accorrere a Palazzo Chigi, quasi a volerli chiamare come testimoni di possibili ulteriori nefasti sviluppi notturni (“Chi sa dove ci porteranno stanotte” disse il premier al suo collaboratore).
Roma 23 gennaio 1994
Il 23 gennaio Giacalone, Benigno, Spatuzza e Lo Nigro provvidero a sistemare l’esplosivo all’interno della Lancia Thema; Scarano accompagnò Lo Nigro e Benigno, che portarono l’autobomba al Viale dei Gladiatori, di fronte ad un presidio dei Carabinieri nei pressi dello Stadio Olimpico, dove si stava giocando la partita di calcio Roma-Udinese, Spatuzza e Benigno si appostarono su una collinetta che sovrastava lo Stadio in attesa della fine della partita per procurare l’esplosione al passaggio dei pullman dei Carabinieri ma il telecomando non funzionò e quindi l’autobomba non esplose. Nei giorni successivi Scarano fece rimuovere la Lancia Thema con il carro attrezzi di un amico e poi provvide a farla rottamare presso un altro conoscente, dopo che Lo Nigro e Giacalone prelevarono e nascosero l’esplosivo in una villetta a Capena, in provincia di Roma, presa in affitto da Scarano.
Ma fu soltanto mafia? L’allora ministro dell’Interno, Mancino, espresse la sua preoccupazione per la possibilità di “involuzioni autoritarie dinanzi alla crisi del sistema” (si era in piena tangentopoli, ed i partiti erano al collasso, in un momento assai duro dal punto di vista economico, tra recessione, scarsa tenuta dei conti pubblici e forti difficoltà della Lira sui mercati) chiamando in causa criminalità organizzata e spezzoni deviati dei servizi segreti. In un colloquio con Bruno Vespa, l’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi, richiesto dal giornalista di un parallelo con le bombe degli anni di piombo, rispose: “Quelle degli anni ’70-’80 stabilizzavano. Queste mi preoccupano di più”. L’ex premier Bettino Craxi, allora in disgrazia per tangentopoli, fornì un’altra versione sugli attentati, riferendo notizie a sua volta avute de relato. Pochi giorni dopo le bombe di Roma e Milano, nel suo discorso alla Camera, Craxi disse di aspettarsi altri attentati, parlando di “mano invisibile che punta ad esasperare tutti i fattori di rottura”. Significava, secondo le fonti di seconda mano in suo possesso, che le bombe (soprattutto quelle di fine luglio) furono messe per compattare l’opinione pubblica dietro le inchieste giudiziarie. La fiducia dei cittadini nella magistratura, elevatissima sin dagli inizi di Mani Pulite, era stata un po’ scossa, infatti, dai metodi, durissimi, usati dai procuratori della Repubblica, cosa che, proprio in quei giorni, aveva portato al suicidio due imputati eccellenti: l’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, ed il patron della Ferruzzi, Raul Gardini. Infatti, ai funerali della strage di via Palestro, a Milano, la folla inferocita investì nella sua contestazione le autorità dello Stato, con l’unica eccezione del capo del Pool Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli.
La trattativa
Il riferimento all’accordo Stato-mafia è già contenuto in una relazione che la Dia inviò il 10 agosto del 1993 all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino. Un rapporto illuminante che per quasi vent’anni è stato catalogato come “Riservato” dal Viminale, prima che la commissione antimafia lo declassificasse. Un rapporto tirato fuori integralmente dal sostituto procuratore della Dda di Palermo Nino Di Matteo proprio durante la deposizione dell’ex ministro Mancino all’ultima udienza del processo contro Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra. Sono 24 pagine di analisi investigativa quelle redatte dalla Dia che decriptano quasi in diretta le dinamiche dell’aggressione allo Stato che Cosa Nostra mette in atto nel 1992 – 1993. Un attacco che si divide in almeno due periodi separati da una data fondamentale: il 19 luglio 1992, ovvero la strage di via d’Amelio. “La strage di Capaci e l’omicidio di Salvo Lima sono da interpretare come due momenti significativi di una strategia a difesa di Cosa Nostra. Dopo la strage di via d’Amelio, Cosa Nostra è divenuta compartecipe di un progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato”. Dopo via d’Amelio il progetto eversivo messo in campo avrà il suo apice nelle bombe piazzate a Roma, Firenze e Milano. Stragi in cui perdono la vita anche civili innocenti: un modus operandi che non apparteneva fino a quel momento al bagaglio tipico di Cosa Nostra, che infatti è diventata il “service dell’orrore” di un gruppo criminale a cui partecipano anche poteri più alti. Infatti gli analisti della Dia notano che “la scelta dei tempi di esecuzione (delle stragi di Roma, Firenze e Milano) appare legata ad una concreta possibilità per i mass media, e in particola per le reti televisive, di intervenire con assoluta tempestività amplificando e drammatizzando gli effetti delle esplosioni con le riprese in diretta”. Cosa Nostra quindi per la prima volta mette le bombe in tempo per finire su tutti i telegiornali. Una strategia perfetta per “insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea non eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Quelle bombe hanno un duplice obbiettivo: da una parte l’alleggerimento delle condizioni carcerarie per i boss detenuti; dall’altra il raggiungimento di una nuova pax tra mafia e Stato. È la trattativa. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. È solo il 10 agosto del 1993 ma gli analisti della Dia la definiscono proprio così: “trattativa”, forse per la prima volta nella storia. Ma c’è anche dell’altro: “Verosimilmente la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo.” A questo punto, fanno notare gli investigatori della Dia al Ministro dell’Interno, la situazione del pugno di ferro tra lo Stato e Cosa Nostra potrebbe anche essere recuperata, nonostante la gravità dell’analisi. Ma a una condizione: non cedere di un millimetro proprio sull’oggetto che ha scatenato la violenza mafiosa, ovvero il carcere duro. “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. E infatti nel novembre successivo, appena due mesi dopo l’arrivo della nota sulla scrivania di Mancino, il Ministro della Giustizia Giovanni Conso lascerà scadere il regime di 41 bis per 373 detenuti mafiosi. Proprio il segnale di cedimento che lo Stato non avrebbe mai dovuto dare in quel momento. Così Conso raccontò anni dopo: “Non ci fu nessuna trattativa né quella decisione fu l’effetto di un ricatto più o meno diretto. Non ebbi alcuna pressione o invito da alcuno, si tratta di una scelta che feci in solitudine pensando che una soluzione diversa avrebbe dato il destro ad una possibile minaccia di altre stragi. Quella proroga, del resto, non era necessaria. Quella decisione fu presa non in un’ottica di pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. C’era già stato l’arresto di Riina, e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo, Provenzano. Il vice di Riina aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio. I pm non dissero nulla. Fu solo una mia decisione non concordata con alcuno”
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