DI ANGELO DI NATALE
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Da quando Giuliano Pisapia decise di non ricandidarsi a sindaco di Milano, peraltro senza mai nascondere l’intento di proporsi sulla scena politica nazionale, ha sempre suscitato interrogativi, dubbi, congetture con varianti e subordinate su ciò che avesse realmente in mente.
Icona della sinistra (in Parlamento era tra i banchi di Rifondazione comunista) ma espressione della borghesia milanese, da tempo alimenta l’impressione di voler dare – sia chiaro, sempre dentro quel campo largo che una volta fu il centrosinistra, mai al di fuori – un colpo al cerchio ed uno alla botte per restare, sempre al centro di quel campo, in piedi e in equilibrio, pronto alla mossa finale.
Ma quale sarà, appunto, la sua mossa finale?
La sua posizione, da sindaco di Milano su Expo, e quella, successiva e politicamente più “compromettente”, del sì al referendum del 4 dicembre scorso, nella percezione generale lo hanno associato a Renzi. Ma il suo essere, ed essere sempre stato, fuori dal Pd e il suo interloquire con esso – spesso ma non sempre – da posizioni distinte e a volte conflittuali ne hanno preservato in gran parte la credibilità in chiave alternativa al PdR, il partito di Renzi.
Oggi per lui è arrivato il momento di fare una scelta chiara di campo.
Se stiamo all’aggettivo, progressista, da lui prescelto per definire il suo movimento, anzi il suo “campo”, va bene. Ma che senso ha parlare di “centrosinistra”, se è proprio da lì, con la nascita del Pd e la sua vocazione maggioritaria con tanto di deriva neoliberista verso politiche di destra, che è nato il problema, immane e drammatico che abbiamo di fronte? Come potrebbe ciò che fu causa del problema diventarne mezzo di soluzione?
Appena Renzi ha visto schiantarsi la macchina da lui lanciata a folle corsa, con irresponsabile avventurismo e cinica pianificazione dei suoi obiettivi personali di potere, verso le elezioni a settembre, è tornato a corteggiare Pisapia che per lui sarebbe elettoralmente prezioso, non solo per portare voti a se, ma per scompaginare la sinistra o ciò che ne rimarrebbe e riuscire nel capolavoro di lasciarla fuori dal Parlamento.
E torniamo alla “scelta di campo” cui Pisapia è chiamato: senza se e senza ma e, se possibile, senza indugi.
A Renzi ha risposto che ci vorrebbero le primarie per decidere la guida della coalizione. Bene, buona risposta, ma strana e insufficiente.
Le primarie selezionano la leadership di un campo comune, di un’alleanza cementata da un programma unitario e da obiettivi condivisi.
Se mai Renzi fosse disponibile a giocarsi, con Pisapia o altri, la leadership di un’ipotetica coalizione, quale ne sarebbe il terreno comune?
C’è qualcuno che possa realisticamente pensare che esso, se deve fondarsi su valori progressisti e di sinistra, possa essere costruito con Renzi?
Qualunque parola “di sinistra” dovesse pronunciare (l’uomo, sappiamo bene, è capace di dire qualunque cosa, e il suo contrario, pur di raggiungere il suo risultato personale), quanto varrebbe essa rispetto ai tre anni e mezzo trascorsi alla guida del Pd e ai tre a capo del governo, dunque non parole ma fatti durante i quali ha infierito brutalmente sulle idee e sui valori di sinistra più di quanto avesse osato fare Berlusconi?
Pisapia vada pure avanti e cerchi di allargare il campo, ma restando ancorato ad un programma autenticamente di sinistra – sul modello di Sanders, Corbyn, Mélenchon per intenderci – che certo potrà assumere i valori del liberalismo democratico come fondamento e statuto politico di cittadinanza, ma che sia saldamente piantato sui principi della Costituzione e, inderogabilmente, sull’effettività dei diritti sociali da essa sanciti ed in gran parte inattuati.
L’ex sindaco di Milano, quando elenca le componenti costitutive ideali, le culture e le famiglie politiche, le ricette programmatiche che pensa di includere nel suo campo (<<vogliamo costruire – scrive nel manifesto di Campo Progressista – una rete su tutto il territorio italiano. Esperienze politiche, associative, culturali, progressiste, democratiche, ecologiste, civiche. Unite nell’esigenza di dare vita a una storia radicalmente inedita. Non un partito o un cartello elettorale, ma una leva che valorizzi le risorse positive esistenti e ne liberi di nuove>>) dimostra la giusta visione, ma non smarrisca, nel tentativo di allargare, il senso e gli obiettivi del suo percorso e non dimentichi quale sia oggi il cuore programmatico del Pd. Se ciò gli è successo quando decise di “non votare no” il 4 dicembre, non ripeta l’errore.
Faccia tutto ciò che può per raggiungere gli obiettivi dichiarati, metta a disposizione tutto il suo patrimonio di credibilità, onestà personale, coerenza, che gli viene generalmente riconosciuto ma per rompere gli schemi, per offrire una sponda a chi nel Pd non può accettare le furbizie renziane e la deriva a destra, per costruire una nuova grande casa con solide fondamenta a sinistra, lasciando alla sua deriva e al suo destino il PdR che di recente, gestito da un capo assoluto, ha scelto di essere partito di centro che guarda a destra.
Il profilo di Giuliano è prezioso per il successo di questo progetto.
Ma sia generoso, utilizzi il suo nome e il carisma per presiedere a questo processo e garantirlo, ma ne affidi il motore politico e la guida operativa ad un nuovo gruppo, più giovane, più nuovo, più adatto a marcare nel vivo della realtà quotidiana la discontinuità con il pesante retaggio degli anni scorsi.
Anna Falcone e Tomaso Montanari, emersi dal basso, si sono imposti come le figure, riconosciute da un’amplissima base democratica, che insieme possono guidare questo progetto di svolta per l’Italia.
Giuliano se lo intesti come guida nella fase costruttiva e come garante. Anna e Tomaso lo portino avanti come cuore politico pulsante.
Tutti e tre ci mettano la faccia e che il valore della necessità del successo dell’impresa sia più forte di ogni dubbio, remora tattica o tentazione egoistica.
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