DI ALBERTO TAROZZI
Apparentemente fervono le attività diplomatiche nei Balcani: si ispira ai valori della Ue la recente conferenza della Seecp (luogo di incontri multilaterali cui afferiscono Albania, Bosnia e Herzegovina, Bulgaria, Montenegro, Grecia, Croazia, Macedonia, Moldova, Romania, Serbia, Slovenia e Turchia). Si moltiplicano gli incontri tra i rappresentanti della Ue (Hahn e Mogherini) e i paesi ancora esterni all’Unione: dopo Serbia e Montenegro ce ne sarà domani uno a Bruxelles col nuovo leader macedone, il filooccidentale Zaev. Ma non bisogna illudersi: nei Balcani ovunque è fuoco sotto la cenere.
KOSOVO
Cominciamo dal Kosovo: oggi elezioni e scontro di kosovari albanesi, tra una coalizione che fa capo al Pdk e che comprende le formazioni protagoniste della lotta armata; contro, l’Ldk, un partito composto soprattutto da uomini d’affari, di cui in Italia conosciamo solo il leader Pacolli, più che altro per il suo matrimonio, poi andato in fumo, con Anna Oxa. Terzo incomodo una lista panalbanese, Vetëvendosje, che propugna una unione tra Albania e Kosovo, probabile fonte di conseguenze belliche. Nel complesso preoccupa la improvvisa convergenza tra Pdk e Aak, fino a ieri ai ferri corti, che paiono accomunate soprattutto dagli interessi paralleli dei loro leader Thaci e Haradinaj, entrambi sotto tiro della giustizia internazionale con l’accusa di crimini di guerra. D’altronde, come sottolineano Andrea Lorenzo Capussela e Francesco Martino, su Osservatorio Balcani Caucaso, sono i temi del nazionalismo a farla da padroni, compreso un contenzioso di confine col Montenegro, in un paese che negli ultimi anni ha riscontrato ben pochi successi sul piano economico e qualche smacco su quello diplomatico, come il rifiuto di essere accolti nell’Unesco, causa l’eccessivo numero di chiese bizantine distrutte, a festeggiare la vittoria della guerra del 1999.
MACEDONIA
Spostiamoci in Macedonia (Fyrom per rispettare la dizione internazionale): anche qui una questione albanese. Le minoranze albanesi hanno inizialmente fatto blocco con l’esponente del partito socialdemocratico filo occidentale Zaev, per spodestare il vecchio leader slavo e conservatore Gruevski, filorusso, che in tempo di gasdotti preoccupava diverse potenze occidentali, Usa compresi. Scazzottata furiosa in Parlamento coi fan di Gruevski a sostenere che Zaev sarebbe stato il cavallo di Troia della “piattaforma di Tirana”, vale a dire dei macedoni albanesi che, a partire dalla rivendicazione di maggiori diritti e autonomie, sarebbero arrivati a mettere in discussione l’esistenza stessa dello Stato macedone, come patrocinato anche da ambienti statunitensi. Mediazione infine raggiunta e conferimento dell’incarico a Zaev, ma con una coda velenosa: uno dei tre partiti albanesi si accorge all’ultimo istante che uno degli altri due fu a suo tempo alleato di Gruevski e si sfila. Morale: al governo una coalizione che ha solo due voti di margine. Interessamento della Nato per il nuovo governo. Putin non sembra gradire. Il leader dell’Albania, Rama, invece, tergiversa a centro campo. Lungi dalle sue intenzioni l’ipotesi di sponsorizzare un allargamento dei confini a una grande Albania che comprenda il Kosovo e le aree a prevalenza albanese degli altri paesi limitrofi (Macedonia in primis). Però se la Ue continuasse a sbattergli la porta in faccia, sospettosa del fatto che in Albania il “neoliberismo” superi i confini del tollerabile, ci potrebbe ripensare. Il fascino della Ue, sempre più debole altrove, nei Balcani tiene ancora.
SERBIA
Relativamente tranquilla la Serbia, tutto è relativo. Il superpremier Vucic, forse più temuto che amato, forte del suo 60% di consensi, si permette di percorrere le vie del non allineamento care, in altri tempi, a Tito. Sarà tollerato, sul fronte russo e su quello occidentale? Per il momento la partita è aperta, se è vero che, davanti alla pretesa del Kosovo di avere un esercito tutto suo, anche la Nato, che peraltro ha già ingurgitato il Montenegro senza colpo ferire, ha espresso qualche riserva.
BOSNIA
Putin pare più interessato all’entità serbobosniaca della Bosnia. Se il suo leader Dodik, attuasse la secessione, Mosca gradirebbe parecchio. Ipotesi grave di incognite: Dodik punta sul pericolo dell’islam bosniaco, serbatoio, come quello kosovaro, di molteplici foreign fighters. Ma da Sarajevo si risponde accusando Dodik di rifiutare libri di scuola che parlino di Srebrenica come di un genocidio, lui che a suo tempo era stato accusato dai serbi di aver preso per buone le cifre ufficiali sulla strage. Come nota Ennio Remondino in Remocontro, al di là della guerra delle parole (strage sarebbe forse più idonea di genocidio perché a Srebrenica il massacratore Mladic si concentrò “solo” sui maschi adulti) si tratta di polemiche che rimandano ad altro. I massacri di ieri, usati per le strategie politiche di oggi e di domani.
CROAZIA
Qui il nuovo governo è di centro destra e apparentemente ha finora cercato di darsi un’immagine che contrastasse quella decisamente incline a un passato nazionalista di destra estrema fornita in precedenza. Sforzo che rischia di vanificarsi sulla questione dei profughi. Sul tema va detto che Angela Merkel, prima della chiusura del corridoio, realizzatasi ai tempi dell’accordo con Erdogan, aveva stabilito un accordo con la Serbia che si era fatta carico del flusso in transito con ben tre megacentri di accoglienza. Anche i croati, su spinta della Merkel, avevano dovuto accettare il flusso di passaggio, a differenza di quanto fatto dagli ungheresi. Oggi, se Erdogan non riapre i rubinetti, la questione si riduce a un flusso residuale di gente entrata a suo tempo, ma non ancora passata al nord. Ciononostante due associazioni umanitarie croate (Are You Syrious e Dobrodosli) denunciano coraggiosamente che, al confine con la Serbia, la polizia croata avrebbe adottato il “modello ungherese”: profughi pestati e derubati dei loro averi, Zagabria smentisce, ma Medicus Mundi e Medici senza frontiere difendono le Ong che protestano e segnalano di aver dovuto curare, nei loro centri serbi vicini al confine, profughi feriti che denunciavano di essere stati picchiati dalla polizia croata.
Le tregue nella ex Jugoslavia, frutto di una guerra i cui effetti collaterali sono ancora pesanti e poco conosciuti, ci offrono anche questi scenari, con l’incubo che il corridoio dei Balcani possa essere riaperto. Una prospettiva che in Italia qualcuno vedrebbe di buon occhio. Mors tua, vita mea, ma per i profughi sempre di tragedie si tratta.
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