DI LUCA SOLDI

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E’ l’11 giugno del 1997, quel giorno Silvia Ruotolo è di ritorno nella sua casa di Salita Arenella a Napoli. Tiene per mano il figlio Francesco che aveva prelevato da scuola. Alessandra, la figlia maggiore, dieci anni, li guarda dal balcone.
Ci sono diverse persone nella strada che si muovono confusamente. Improvvisamente si scatena l’inferno: qualcuno spara all’impazzata.
Alessandra lancia un grido in direzione della mamma e del fratellino. Niente da fare.
Quella piccola vede tutto ed oggi a vent’anni di distanza dice: “Ma ricordo solo l’urlo che lanciai per chiamare mia madre”.
Più tardi si scoprirà che l’obiettivo di quei colpi era Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfano.
In quei pochi istanti furono sparati una quarantina di proiettili che, oltre ad uccidere Salvatore Raimondi e ferire Luigi Filippini, raggiunsero Silvia Ruotolo alla tempia, uccidendola sul colpo.
Questa volta lo sdegno andò oltre la semplice condanna. Non ci si rinchiuse nel dolore.
Ben presto furono individuati colpevoli e mandanti e la collaborazione con la polizia di uno dei killer, Rosario Privato, risultò decisiva per l’individuazione del gruppo di fuoco.
L’11 febbraio 2001 la quattordicesima sezione della Corte di Assise di Napoli condanno’ all’ergastolo i responsabili dell’omicidio: i boss Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace e Mario Cerbone.
L’impegno della famiglia di Silvia nel corso di questo tempo non si è limitato a voler riconosciuto il diritto alla giustizia e questi venti anni di tempo trascorsi dal suo assassinio ne testimoniano il coraggio e la forza di essere andati oltre.
Negli anni l’urlo di quella bambina, l’urlo di Alessandra, il dolore di suo fratello Francesco e di Lorenzo, il marito di Silvia, si sono trasformati in memoria e testimonianza contro la camorra ed il sistema mafioso.
L’11 luglio 2007, la dodicesima sezione del Tribunale Civile di Napoli decreto’ un “significativo risarcimento” per i familiari di Silvia Ruotolo.
Risarcimento che nelle volontà del comitato Silvia Ruotolo e dell’associazioni Libera, fu deciso di destinare a finanziare la costituzione di una fondazione intitolata a Silvia Ruotolo, dedicata ai ragazzi in difficoltà.
Una Fondazione, alla cui presidenza c’è Alessandra e che si pone l’obiettivo di contrastare ogni forma di sub-cultura deviante e ciò attraverso progetti di integrazione sociale rivolti a giovani, e prima ancora a bambini, che vivono in contesti disagiati.
Da oggi sono passati vent’anni, da quel giorno. Come per tante stragi, come per Capaci e via D’Amelio in Sicilia, la strage di Salita Arenella ha segnato per Napoli un capitolo di vera svolta .
Arriveranno altri morti, altre vittime innocenti, per le guerre fra i clan ma dall’11 giugno 1997, ma la coscienza collettiva della città sicuramente è cambiata per sempre. Adesso quella bambina affacciata al balcone è cresciuta. Oggi Alessandra e’ diventata assessore alle politiche giovanili nella sua città mettendo così in piena pratica quel suo progetto di vita ed impegno.
Adesso può dirsi davvero “un gambero capace finalmente di camminare anche in avanti, non più solo all’indietro”.
Tanto che in una una recente dichiarazione ha avuto modo di dire: “La vita mi ha messo duramente alla prova. Però sono qui, in piedi. Mi hanno tolto un passato, forse anche un pezzo di presente. Ma non il futuro nel quale continuo a credere. E sto meglio io di chi ha ucciso mia madre”.
Adesso prosegue Alessandra: “La vera sfida è nella tenuta dei servizi sociali. Vorrei poter aprire ogni giorno un nuovo asilo nido o una nuova biblioteca. Questo garantirebbe il salto di qualità. La cultura ha una potenza enorme. Io non mi arrendo. Sono grata a Luigi de Magistris per avermi dato la possibilità di riscoprire il lato di me che inorgogliva mia madre, quando mi chiamava: “L’avvocato della classe”. Vent’anni dopo, l’urlo che lanciai dal balcone si è trasformato in un’altra cosa. Chi uccide è condannato al carcere. Noi siamo condannati all’impegno. È una bella condanna”.
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