DI GIORGIO DELL’ARTI
Theresa May, la premier britannica, che non richiesta ha sciolto il Parlamento con tre anni di anticipo e indetto nuove elezioni con lo scopo di avere un sostegno più ampio in Parlamento e negoziare la Brexit con gli altri 27 Stati europei da una posizione più forte (facendola pagare soprattutto ai lavoratori europei che vivono nel Regno Unito), si trova invece dopo il voto di giovedì con 18 seggi in meno, o forse 17 se la revisione delle schede di Kensington le darà ragione, ma in ogni caso senza maggioranza in Parlamento. Per fare un governo è stata autorizzata dalla Regina (un quarto d’ora di colloquio) a varare un esecutivo di coalizione con il Partito democratico dei nord-irlandesi, i quali portano in dote dieci seggi e una visione della Brexit morbida, cioè piuttosto diversa da quella dura della May. Il governo nascente, allo stato, ha due seggi di vantaggio sull’opposizione. Non è detto che entri in carica davvero.
Oltre tutto la May, prima di impossessarsi del partito conservatore e diventare premier, era favorevole alla Brexit ma in modo assai tiepido. S’è trasformata in un falco dopo, forse credendo di raccogliere consensi.
Altro problema: prima di entrare a Downing Street, ha fatto per sei anni il ministro degli Interni. Quando, dopo l’ultimo attentato di London Bridge, ha gridato «enough is enough», che cosa può aver pensato il povero cittadino londinese se non che la guerra al terrorismo al grido di «quando è troppo è troppo» poteva cominciarla qualche anno fa? È andata male anche sul piano della comunicazione, dicono gli esperti, una voce piatta, poche idee, e appare abbastanza improbabile questo suo annuncio immediato, una volta conosciuto il risultato: «Non mi dimetto». Non ha vinto le elezioni, un po’ alla maniera del nostro Bersani nel 2013, ed è nei guai su tutta la linea. Il negoziato sulla Brexit non finirà di sicuro nei due anni previsti e con un Parlamento come questo sarà difficile far passare accordi che non siano favorevolissimi. A Bruxelles però non tira per niente l’aria di accordi favorevolissimi, anche perché la Merkel, Macron e gli altri sanno di dover dimostrare che chi esce dalla Ue la paga cara. I commentatori più acidi l’hanno definita «lady di latta» in contrapposizione alla «lady di ferro», nomignolo che i russi avevano dato alla Thatcher. Cazzullo ha scritto: «Non è la Thatcher. E si vede».
Si potrebbe fare un altro governo?
Se tutti i partiti si coalizzassero contro i conservatori, potrebbero dar vita a un gabinetto di sinistra, guidato dal capo del Labour, Jeremy Corbyn. Improbabile, e comunque anche questa soluzione darebbe vita a una maggioranza risicata. Altra possibilità: un governo di amplissima coalizione, laburisti e conservatori insieme, alla tedesca. Impossibile. Corbyn ha già detto: «Nessun accordo. Si dimetta». E il capo del Labour non è di sicuro tipo da compromessi. Lo sbocco più probabile è un’altra elezione, dopo qualche settimana o qualche mese di vita stentata. Un’altra elezione risolverebbe il problema? Chi sa. Intanto, è probabile che vi sia un ribaltamento dentro il partito conservatore. La regola inglese è che se il presidente del consiglio perde la leadership all’interno del suo partito deve anche uscire da Downing Street. Il successore della May potrebbe essere un simpaticone alla Tony Blair (che era però laburista) capace di far ritornare un minimo di consenso a destra. Sono scenari, prendiamoli con le molle.
Forse bisognerà guardare con maggiore attenzione a questo Corbyn che guida i laburisti.
Già. Tipo stravagante. Alla caduta di Miliband, vinse le primarie perché proprio Miliband le aveva aperte agli iscritti, mentre prima andavano a votare solo i parlamentari. I due terzi dei deputati odiano il loro leader, ma possono far poco. Le amministrative dell’anno scorso non andarono male, e i blairiani dovettero mordere il freno. Questa di giovedì è quasi una vittoria: +29 o +30 seggi (dipende da Kensington) rispetto al Parlamento di prima. Per il momento non c’è nessuno tra i laburisti in grado di scalzarlo. E ha dalla sua il consenso dei giovani, che si sarebbero iscritti al partito in duecentomila.
Programma?
Quello dei partiti di sinistra di una volta. Nazionalizzerebbe poste, ferrovie, banche e praticamente tutta l’economia britannica, Banca centrale sottomessa al potere politico, uscire dalla Nato, gli Usa sono il male, i russi e perfino Assad il bene, anti-israeliano al punto di risultare anti-semita, appoggio incondizionato ad Hamas e agli hezbollah, la morte di Osama è stata una tragedia. Eccetera. Idee così, che magari porteranno più voti di quello che si pensa, perché poi Corbyn, che sta in Parlamento dal 1983, è celebre per non aver votato mai secondo le indicazioni del partito, gira in metropolitana, porta la maglietta della salute, parla semplice come i suoi elettori, a cui consegna concetti facili e seducenti. Un altro dei tanti populisti, insomma, che calcano la scena del mondo. Qualche volta di destra, e qualche altra, come in questo caso, di sinistra.
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