DI RAFFAELE VESCERA
E cantano vittoria senza pudore sui loro giornali vedendo lucciole per lanterne. Renzi rialza la cresta esaltando la fermata dei grillini, la destra grida alla ripresa, i titoloni dei giornali di regime parlano di controribaltone, ma sono lucciole che svaniscono con la notte.
E’ una vittoria quella del Partito democratico che in nessuna città si presenta con il proprio simbolo ma si annacqua in larghissime coalizioni, di centrosinistra ma anche di centrodestra, per raccattare meno del 10% a Palermo e meno del 20% a Genova, piazzandosi dopo la destra e insidiato dal M5S al 19%?
E’ una vittoria quella di Renzi, sconfitto nella sua Rignano sull’Arno dal medico di Papà Tiziano che aveva “cantato” sul caso Consip?
E’ una vittoria quella del Pd escluso dal ballottaggio a Verona, mentre a Parma vi rientra con un misero 14%?
E che dire di una grande e martoriata città come Taranto dove il partito di Renzi raccoglie uno sputo del 10% e a Lecce se ne esce con l’8%, come a Catanzaro con il 5%, surclassato in entrambe le città dal centrodestra ?
Chiamatela come vi pare, ma il Pd raggiunge i ballottaggi solo grazie alla presenza degli altri partiti e movimenti di sinistra. A Palermo, la vittoria è di Leoluca Orlando che si afferma con il 45% non certo del Pd che pure lo ha appoggiato portandogli uno scarso 10%.
E’ una vittoria quella di Forza Italia che a Genova raccoglie un misero 8%, superato persino da Salvini?
E’ una vittoria quella di Berlusconi che a Verona raccoglie un miserabile 3% e a Parma è fuori dal ballottaggio?
Anche qui, chiamatela come vi pare, ma Forza Italia raggiunge i ballottaggi solo grazie alle “larghe coalizioni”, come il Pd, fatte di decine di liste familiari e migliaia di candidati.
Il Movimento Cinque Stelle, ovunque presentatosi con il proprio simbolo, in solitaria tenzone, pur raggiungendo un buon 19% a Genova e un 16% a Palermo, altrove raccoglie molto meno, delude le aspettative, è vero.
A Parma paga forse la cattiva gestione della controversia con Pizzarotti?
Paga forse l’autogol di Genova con la querelle tra candidati litigiosi e quella di Palermo con la faccenda delle firme contestate?
Paga forse l’inadeguatezza della Raggi al governo della capitale?
Può essere, ma più di tutto paga il prezzo di essere ancora un movimento di opinione e di protesta e, insieme alla fragile capacità di selezione dei candidati, esposti al labile e scalabile voto on line, paga l’esclusione dai potentati locali. Non va dimenticato che a parte l’exploit dello scorso anno a Roma e Torino, e alcune buone affermazioni nelle grandi città svincolate dai voti clientelari, il M5S alle comunali ha sempre e quasi ovunque raccolto molto poco.
Già, i potentati locali, sono loro in molte città, soprattutto quelle minori, i veri vincitori. Più di tutto al Sud, lasciato dallo Stato Italiano con una disoccupazione del 20%, tripla rispetto al Nord, con quella giovanile che raggiunge l’incubo del 60%. Poveri disoccupati facile preda dei procacciatori di voti, a volte veri e propri clan mafiosi, cui fanno ricorso i partiti, pagando fino a 50 euro a voto. Senza contare i piccoli e grandi favori comunali di cui tutti hanno bisogno in una città, una licenza commerciale, un permesso di costruzione, un posto di lavoro. L’editoriale di Repubblica, esaltando la sconfitta di Grillo, parla della morte del populismo. Io parlerei piuttosto della vita del clientelismo.
In quanto al Sud, c’è da dire che nella martoriata Taranto gli ambientalisti avrebbero potuto stravincere se non si fossero presentati con cinque candidati in concorrenza tra loro, mentre in Campania, fatte salve le buone affermazioni di DeMa il movimento di De Magistris in alcune cittadine, il voto è stato inficiato dai brogli. Il Sud, per quanto il M5S sia largamente il primo partito e per quanto accresciuta la sua consapevolezza meridionalista in modo esponenziale, stenta ancora a darsi una capace struttura politica, anche per via della grande litigiosità delle varie correnti condotte da autolesionistici personalismi. Divisioni che lasciano spazio al perdurare del potere di partiti come Forza Italia e Partito democratico, che fanno allegramente ricorso ai clan elettorali.
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