DI ALESSANDRO ALBANO (nostro corrispondente da Londra)

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Londra. Dopo il deludente risultato dell’8 giugno, Theresa May continua ad incontrare difficoltà nel garantire una maggioranza che possa dare vita al nuovo governo. La conferma di un accordo tra conservatori e unionisti infatti, che permetterebbe alla May di raggiungere la maggioranza assoluta in Parlamento, non è ancora arrivata e un mancato accordo potrebbe portare ad un governo di minoranza e alle conseguenti dimissioni del primo ministro.

Un primo passo in questa direzione, è già stato fatto. Nel primo pomeriggio, il portavoce di Theresa May ha infatti confermato che la data del 19 giugno, prevista per il discorso della Regina alle camere – procedura dell’inizio formale della legislatura – verrà posticipata “di qualche giorno”. Uno slittamento questo che è stato percepito dalle opposizioni come il dato tangibile della difficoltà nel raggiungere i numeri necessari per governare. “Stiamo lavorando ad un accordo con il Dup per far passare senza ostacoli il discorso della Regina in parlamento” ha detto il portavoce del primo ministro, ma per il momento nessuna conferma anche se voci interne al partito irlandese hanno fatto intendere che un punto d’incontro verrà raggiunto.

Nonostante il clima d’incertezza, il piano del governo per la Brexit rimane lo stesso. Come affermato dal portavoce di Downing Street “non ci saranno ritardi”, “il governo resta determinato a completare la trattativa sull’uscita dall’Unione Europea in due anni”. “La premier britannica non accetterà un accordo sulla Brexit che sia peggiore di un’uscita dalla Ue senza alcun accordo e non accetterà nulla che possa danneggiare la Gran Bretagna”, ha poi aggiunto il portavoce, che quindi esclude una possibile “soft” brexit dopo il risultato delle elezioni. La strada della “hard” brexit intrapresa in precedenza dal governo May è stata criticata anche da alcuni esponenti Tories, tra cui il leader dei conservatori in Scozia Ruth Davidson, i quali hanno criticato l’intransigenza del primo ministro come una tra le cause della “sconfitta” elettorale.

Tuttavia, stanno sorgendo dubbi riguardo la data d’inizio delle negoziazioni con Bruxelles che dovrebbero tenersi lunedì prossimo 19 giugno. Il portavoce del primo ministro ha riferito che le negoziazioni cominceranno “a tutti gli effetti la prossima settimana”, anche se non è stata una data precisa. Anche il ministro per la Brexit, David Davis, ha ribadito che le discussioni cominceranno come previsto la settimana prossima a Bruxelles, anche se magari non lunedì 19 giugno,”perché quello stesso giorno ci sarà a Londra il Queen’s Speech e anch’io dovrò prendere la parola nel dibattito che seguirà”. Ma ora che il discorso della regina è stato rinviato, c’è il rischio di un ulteriore slittamento che potrebbe avere conseguenze anche su entrambi i fronti: sia in merito alla brexit, sia nella formazione del nuovo esecutivo.

Dall’altra parte il capo negoziatore della Ue Michel Barnier ha invece affermato nei giorni scorsi che la trattativa potrebbe subire un ritardo di un anno, se Theresa May continuerà a voler discutere parallelamente il conto della brexit, ovvero la somma che Londra deve pagare per saldare il debito con la Ue prima di uscirne, e allo stesso tempo un nuovo rapporto commerciale con l’Unione. Secondo Barnier, bisogna prima stabilire i termini di uscita per poi concordare le future relazioni commerciali.“Noi siamo preparati e pronti per l’inizio dei negoziati”, ha aggiunto Barnier, “ma questo non dipende interamente da noi, ma siamo pronti”.

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