DI UDO GUMPEL

Vi racconto dal futuro.
Saremo nel 2018, appena passato l’estate. A Francoforte Mario Draghi comunicherà ufficialmente che i target-values di inflazione, crescita e occupazione nella zona dell’Euro sono ormai raggiunti e la Bce chiude il Qe, ovvero l’intervento a favore dei titoli di stato in euro. Una decisione della Bce che i mercati avevano anticipato già dall’inizio del 2017, facendo salire i tassi dei paesi ancora non messi in salvo. Anzi, di uno solo: l’Italia. Dall’inizio del 2017 è tornato lo spread a salire, ma la classe politica italiana è sempre la medesima: fa finta di niente.
Quando Draghi chiude nel 2018 il rubinetto, è già in atto il fuggi-fuggi dai titoli di stato e delle banche, piene zeppe di titoli nazionali. A metà del 2017 la bilancia dei pagamenti interno del sistema Euro (Target2) era in rosso per 300 mld di Euro, che l’Italia deve alla Bce e agli altri paesi dell’Euro, un anno dopo, dal momento che vi scrivo, siamo già a quota 500. Troppo.
Draghi sa: il suo paese non ha sprecato gli anni guadagnato dalla caduta di Berlusconi, le poche riforme serie fatte. Ha acceso una serie interminabili cambiali sul futuro che ora si devono onorare.
Ora, tutto la classe politica cade dalle nuvole. All’unisono titolano i grandi quotidiani, i Tg e il Saccro Blogghe: Complotto contro l’Italia. Bilderberg, (Si, si scrive cosi.), attacco teutonico, giudaico-massonico. A Roma già governa da qualche mese una “Grosse-Coalizionen” PD-Sx-Berlu&Altri contro i Pentastellati che chiedono l’uscita dell’Euro, la sovranità e l’abbattimento delle scie chimiche straniere e free money for everybody.
Mentre i correntisti tentano di ritirare gli ultimi Euro rimasti sui conti, ai confini lunghe file di auto piene di valigie di soldi, Roma ha davanti una scelta: o si esce da tutto, oppure la Troika.
Nessun paese Ex-”Club-Med” è solidale con Roma. Tutti gli altri, i famigerati conti, li hanno fatti in famiglia, come gli spagnoli il salvataggio del Banco Popular senza spendere una euro pubblico, azzerando per intero il capitale e i bond subordinati per miliardi. Cosette che nel Veneto oppure in Toscana non si è riuscito in anni.
Allora torno al quadro dell’estate 2018: Roma è isolata. Giù i pantaloni, o la Troika, oppure?
Ed ecco che entra in scena Mario Draghi. Nonostante il suo mandato scadesse solo fine 2019, si fa convincere a a prendere in mano il disastro, unico nome ormai politicamente spendibile.
Come programma di governo riprende tutti i discorsi che ha tenuto negli ultimi anni a Roma che nessuno ha voluto leggere o intendere.
Riuscirà lui dove sono falliti tutti gli altri? A spiegare ai suoi connazionali che il governo non ha mai tagliato la somma totale delle spese, ma le ha soltanto spostate, verso bonus e regalie di ogni genere, senza effetti duraturi e l’unica cosa che hanno tagliato davvero erano le teste dei commissari alla spending review?
Che investimenti esteri in Italia non sono una “svendita” invece portano know-how in Italia? Che l’Italia ha metà degli investitori esteri? Che un mercato di lavoro molto flessibile crea lavoro, anche se significa che uno lavoratore cambi posti e città, come dimostra l’esperienza di tutti i paesi del Nord Europa, non un solo, ma di tutti?
Che tutte le proteste contro l’austerity da parte di Roma erano fuffa, uno show per i gonzi, non essendoci mai stato “austerity” in Italia, ma un continuo ricorso ai nuovi debiti, che li chiamavano pudicamente “flessibilità”, un neologismo per nuovi debiti?
E Draghi ricorda bene che tutti i governi precedenti hanno chiesto, come ultima salvezza, l’introduzione degli Eurobonds.
Non malvagia, l’idea per se. Problema: Vorresti tu mettere la Golden Card degli Eurobonds in mano a questi governanti? Suvvia, siamo seri. Non accadrà. Ed è un gran peccato. Servirebbe un 1000 miliardi di Euro di reali investimenti nel Sud dell’Europa, ma chi lo gestirebbe? Io decido, ma tu paghi? E allora resto solo Mario Draghi. Di lui ci si fida, a lui, la Golden Card, forse la darebbero.
Ma il Marione Nazionale, ormai osannato da tutti, pure dai pentastellati, deve rifare ex-nuovo la lista dei ministri. Alcuni vecchi resistono. Come quella Ministra per “l’Istruzione, Università e Ricerca”. Il Ministero che dovrebbe esser al centro degli investimenti per e nel futuro del paese: Qualificare, inventare, premiare il merito. E al vertice si ritrova la meno qualificata dell’intero vecchio governo.
Però Draghi ci riesce, la rimuove, chiama i migliori italiani. Molti rientrano dall’estero. Al Miur ci si insedia una eminente scienziata, scappata dall’Italia, cosi come alla Sanità una scienziata di fama mondiale, cacciata in modo diffamatorio dalla cricca degli ignoranti con l’ausilio dei bloggher degli idioti.
Sarà un Gabinetto Draghi che farà crescere competenze, senza il ritorno all’acciaio, con Università piene di progetti di ricerca europea, totalmente finanziate, finalmente, su progetti seri e controllati secondo i criteri peer review, dai migliori del mondo che fanno la fila per scappare dal Trumpland per lavorare in un paese meraviglioso, con città d’arte vere attrazioni senza topi per strade bucate.
Poi mi sveglio, dal mal-odore che sale il palazzo perché sotto casa ci sta il cassonetto dell’umido non svuotato da giorni. Sono ancora nel giugno 2017 a Roma e tutto questo era un sogno. No, non quella parte prima del disastro prevedibile. No, quella parte sul Salvatore della Patria. Altro sogno eterno italiano.

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