DI ALESSANDRO GILIOLI

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Bravo dottore, lei ha perfettamente ragione, con quel cartello lì. La mia ricerca su Google non vale la sua laurea in medicina.
E ci mancherebbe altro. Non sono mica scemo. Io sono uno scientista – e pure abbastanza radicale – quindi concordo appieno.
Anzi io, quando ho qualche sintomo, su Google nemmeno ci vado. L’unica volta che l’ho fatto, qualche anno fa, a fine ricerca mi sono autodiagnosticato pure la Mucca pazza, la peste bubbonica e la fillossera – da curarsi con impacchi di code di lucertola. Insomma col cacchio che lo rifaccio più.
Vado dal dottore, io.
Vengo da lei.
Però, ecco.
Se posso, quando vengo da lei mi piacerebbe che succedessero anche delle cose diverse. Qualcuna almeno. Così starei più tranquillo. Così nemmeno alla parte più stupida di me verrebbe la tentazione di accendere il pc e magari finire in un forum dove il farmaco da lei prescritto viene accusato di effetti collaterali stragisti.
Banalmente, intanto, quando entro nel suo studio mi piacerebbe che lei si ricordasse chi sono.
D’accordo, ci vengo poco perché grazie a Dio sto benino, ma in fondo lei è il mio medico da 15 anni e oggi ho fatto le mie due ore di attesa per poter entrare qui dentro. Ecco, se si ricordasse chi sono forse mi sentirei già meglio. Ma pazienza, siamo tutti molto presi al giorno d’oggi e non è questo il punto.
Poi, i sintomi. Niente di che, d’accordo, o comunque roba comune alla mia età.
Ma insomma, davvero non può alzare lo sguardo verso i miei occhi mentre glieli spiego? Davvero non può aspettare più di cinque minuti prima di scarabocchiare gli esami che devo fare dentro tubi claustrofobici o laboratori lunari?
E davvero prima di quegli scarabocchi non ha nessuna domanda da farmi, oltre a quello che ho detto? Sono stato così bravo ed esaustivo da chiarire ogni dubbio anche se ho parlato sì e no tre minuti e di medicina non so niente?
Davvero lei non ha voglia o tempo di fare – chessò – quelle cose forse inutili e rituali eppure rassicuranti che mi faceva il medico scolastico alle elementari, la lingua, il cuore, la pressione, la manazza a spada nel costato, il martelletto sul ginocchio che mi faceva tanto ridere? Mah.
E poi, certo, lei non è uno psicologo né tanto meno un prete, ma proprio non le interessa sapere “come sto” a parte i sintomi per cui sono qui? Intendo dire, boh, se sogno campi di grano o bombe in Siria, se mia madre sta bene o sta morendo, se al lavoro mi promuovono o mi mettono a far le fotocopie, se con mia moglie si tromba ridendo o ci si tirano le padelle insultandoci, davvero tutto questo non conta niente, siamo sicuri che proprio non ha nulla a che fare con i sintomi per cui sono qui?
Se lo dice lei, ci credo.
Però per favore, ecco, quando poi ritorno con il mio plico di esami – le Rmn, i raggi, i contrasti, il sangue, le urine etc – potrebbe anche visitare me, oltre a quelle carte? In fondo sta curando me, non loro.
Certo, sono felicissimo che quelle carte abbiano “escluso” la tal malattia e la tal altra, e mi fa piacere che proprio il verbo “escludere” sia quello che ascolto di più quando entro qui dentro. Tuttavia (che lagnoso che sono) anche quello “includere” avrebbe la sua importanza. Non so, ad esempio includermi nella comprensione dei farmaci che lei mi prescrive guardando il pc anziché me: perché lo devo prendere? Come agisce? Su cosa? In quanto tempo? Eccetera.
Così, giusto perché quel farmaco non resti un nome incomprensibile da assumere fideisticamente dopo i pasti due volte al dì.
Ecco, solo questo le volevo dire dottore, se posso. Cioè che io, come tutti i suoi pazienti, sono una persona: non un’auto dal meccanico né un iPhone al negozio di riparazione dei cinesi sotto casa.
Compatibilmente con tutti i limiti noti – di tempo, di risorse e altri – forse qualche briciola di tutto questo aiuterebbe anche i meno solidi tra noi pazienti a tenerci lontani dalle ricerche on line, dai forum degli stregoni e dagli impacchi di lucertola per curarci la fillossera.
Anche perché quest’ultima è una malattia degli alberi, ho infine scoperto su Google.

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