DI ANGELO DI NATALE
Nei comuni superiori a 15 mila abitanti, nelle cui schede elettorali erano presenti i partiti con i loro simboli e la stima quindi è possibile, il Pd ha totalizzato il 16,6%.
Qualcuno dalle parti del Nazareno, potrà pure (far finta di) gioire di questo, ma la realtà è un’altra.
Il Pd era al governo nella stragrande maggioranza di queste città e, tra tutte le forze politiche, è quella più radicata nel territorio potendo contare su un esercito di amministratori e consiglieri comunali che neanche la totalità degli altri partiti possiede.
La percentuale media dei voti in questa tornata somiglia pertanto ad un tracollo e non solo perché corrisponde ad appena la metà, o poco più, della cifra, circa il 30%, di cui il Pd è accreditato in ambito nazionale, ma, anche per diverse altre ragioni.
Nelle città il Pd, dove ha quasi il monopolio di un potere ad alto rendimento clientelare, dovrebbe avere il suo punto di forza e invece l’esito somiglia ad una ritirata, come indicano alcuni dati.
A Palermo, dove pure festeggia, il Pd (addirittura sommato al centro di Alfano: quindi l’intero schieramento di governo) è appena il quinto partito con l’8,41%, dietro addirittura una delle liste civiche di Orlando ed incalzato dalla sinistra giunta al 7%. Qui il Pd di Renzi si è dovuto nascondere dietro una lista senza simboli, pur di salire sul carro del vincitore, dopo averlo contrastato per cinque anni e fino al giorno prima: che coerenza!
In quattro capoluoghi di provincia è ad una sola cifra nella corsa per il consiglio comunale. Al primo turno i suoi candidati a sindaco sono stati eletti solo a Palermo (dove per il Pd non è stato proprio un successo) e a Cuneo (anche qui si tratta della conferma di un sindaco prima estraneo ed anzi avversario del Pd). Nei ballottaggi i suoi candidati sono primi solo in sei capoluoghi di provincia su 21, nonostante fino a ieri il Pd avesse in mano l’amministrazione nella maggior parte di essi. In 11 sono costretti ad inseguire esponenti di centro destra, spesso accusando distacchi proibitivi (17 punti percentuali a Lecce, 11 a Padova, 27 a Gorizia, ecc…); in uno, Parma, è dietro un civico ex M5S; mentre è fuori dai ballottaggi a Verona, Belluno e, dopo la verifica delle schede, anche ad Asti.
Un piccolo comune in cui non il Pd in quanto tale, ma il PdR (il partito di Renzi) è stato sonoramente bocciato è Lampedusa, importante non per il numero degli abitanti, ma per la valenza politica dei temi che pone. Qui il sindaco uscente, Giusi Nicolini – tanto renziana che l’allora presidente del consiglio se la portò da Obama alla Casa bianca e l’attuale segretario Pd l’ha voluta al suo fianco nella segreteria nazionale del partito – è arrivata terza con appena il 29,39%, dopo avere goduto di una notorietà internazionale impensabile per candidati di un centro di poche migliaia di abitanti, mentre il sindaco eletto è un “vecchio” esponente storico del Pci-Pds avversato da Renzi.
A fronte del 16.6% complessivamente realizzato dal Pd, assume rilievo il 7% delle liste di sinistra, quasi la metà a fronte di una sproporzione enorme di mezzi, potere e condizioni favorevoli: lo sbarramento penalizza le piccole formazioni in nome della logica del voto utile, falsandone la libera espressione.
Di Palermo abbiamo detto, segnalando il ruolo inglorioso cui si è ridotto quello che si ritiene il primo partito, giunto a rinunciare al proprio simbolo in una città di quasi 800 mila abitanti pur di potersi imbucare nel carro dell’avversario-vincitore.
Dopo il capoluogo siciliano, il comune più popoloso tra quelli chiamati alle urne è stato Genova, la città più di sinistra d’Italia, mai amministrata dalla destra o dal centrodestra. Qui il Pd ha preso appena il 19,8%, il suo candidato sindaco è giunto secondo con quasi 6 punti di distacco non facili da recuperare e, soprattutto, la caduta dell’affluenza alle urne suona come la più sonora bocciatura, da sinistra, verso un Pd che, sotto la guida di Renzi, appare tutt’altro. A Genova ha votato appena il 48,3%, dato che ricorda quello della rossa Emilia dove, nelle regionali del 2015 – appena smascherato il Pd renziano come partito di centro che guarda a destra – votò il 39%.
Negli oltre mille comuni al voto la flessione dell’affluenza è stata di quasi 7 punti, con le punte più alte proprio in Liguria ed Emilia. L’astensione è cresciuta negli ultimi anni e cresce ancora laddove gli elettori di sinistra non trovano simboli appropriati e convincenti sulla scheda.
Il problema è ancora una volta il PdR con tutto il suo carico di ambiguità, trasformismo e devianza rispetto alla storia, all’identità, allo stesso Dna politico-programmatico di un partito di sinistra.
Il congresso recente ha consegnato a Renzi un partito a sua totale disposizione. Il 70% dell’assemblea nazionale e della direzione è disposto ad accettare qualunque cosa lui decida di fare. La segreteria è a sua totale immagine e somiglianza, mentre la minoranza interna del 30% (il 20 di Orlando e il 10 di Emiliano) è ridotta al silenzio o, costretta, nella migliore delle ipotesi, a girare a vuoto e a fare da comparsa.
A questo strapotere assoluto e incontrastato nel partito, corrispondono però in capo a Renzi una debolezza politica assoluta ed un crollo vertiginoso dei consensi.
Di questa tendenza, il voto di domenica scorsa è appena il primo segnale, solo perché non è ancora passato abbastanza tempo dal congresso Pd e Renzi riesce ancora a concentrare saldamente un immenso potere nelle sue mani. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi il bluff sarà scoperto.
Renzi non ha quasi nessuna possibilità di tornare ad essere il dominus di un governo e di una maggioranza parlamentare e tanto basta perché il consenso del suo partito scenda vertiginosamente fino a dimezzarsi.
E ciò solo perché egli per quattro anni sarà ancora alla guida di un partito che comunque ha la sua storia e una sua base di massa per quanto decimata e frastornata.
Annunci