DI PIERLUIGI PENNATI
Era il 12 marzo 2014 quando Matteo Renzi, già Premier, nel corso di una riunione del Consiglio dei Ministri affermava: “Lo dico qui, prendendomene la responsabilità, che se non riesco a superare il bicameralismo perfetto non considero chiusa l’esperienza del governo, considero chiusa la mia esperienza politica”.
Da allora una lunga lista di promesse che, tralasciando le riforme mancate, da sole avrebbero già da tempo dovuto cancellarlo dalla politica nazionale, invece pare sia il candidato premier alle prossime elezioni politiche.
A questo punto appare chiaro che quando a scuola lo avevano soprannominato “il bomba” non esageravano, di bombe fin qui ne ha piazzate, ma lui non accenna a voler esplodere, mentre tutti intorno a lui sono scoppiati dalla fatica.
Ma vediamo cosa ha detto precisamente dopo quel 12 marzo 2014, quando le promesse di andarsene si sono moltiplicate:
30 marzo 2014, TG2:
“O facciamo le riforme, o non ha senso che io stia al governo. Se non passa la riforma del Senato, finisce la mia storia politica”.
29 dicembre 2015, Conferenza stampa di fine anno:
“È del tutto evidente che se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica”.
12 gennaio 2016, Repubblica.tv:
“Intendo assumermi precise responsabilità. È un gesto di coraggio e dignità. Se perdo il referendum io non solo vado a casa, ma smetto di far politica”.
20 gennaio 2016, Aula del Senato:
“Lo ripeto anche qui: se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza politica. Credo profondamente nel valore della dignità della cosa pubblica”.
25 gennaio 2016, Quinta Colonna su Rete 4:
“Io non sono come gli altri, se gli italiani diranno No, prendo la borsettina e torno a casa”.
7 febbraio 2016, Scuola di formazione del PD:
“Se vince il No prendo atto del fatto che ho perso. Dite che sto attaccato alla poltrona? Tirate fuori le vostre idee, ecco la mia poltrona”.
12 marzo 2016, Scuola di formazione del PD:
“Se perdiamo il referendum è doveroso trarne conseguenze, è sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”.
20 marzo 2016, Congresso dei Giovani Democratici:
“Io ho già la mia clessidra girata. Se mi va male, se perdo la sfida della credibilità o il referendum del 2016, vado via subito e non mi vedete più”.
28 aprile 2016, #matteorisponde su Facebook:
“Sto personalizzando? No, se perdi una sfida epocale che fai? Racconti che i cittadini hanno sbagliato? No, hai sbagliato tu”.
2 maggio 2016, ANSA:
“La rottamazione non vale solo quando si voleva noi. Se non riesco vado a casa”.
4 maggio 2016, RTL 102.5:
“Non sono come i vecchi politici che si mettono il vinavil e che invece di lavorare restano attaccati alla poltrone”.
8 maggio 2016, Che tempo che fa su RAI 3:
“Non è personalizzazione, ma serietà. Se io perdo, con che faccia rimango? Ma non è che vado a casa, smetto proprio di fare politica”.
11 maggio 2016, Radio Capital:
“Se non passa il referendum la mia carriera politica finisce qui. Vado a fare altro”.
11 maggio 2016, ANSA:
“Non sto in paradiso a dispetto dei santi. Se perdo, non finisce solo il governo: finisce la mia carriera come politico e vado a fare altro”.
12 maggio 2016), Porta a Porta su RAI 1:
“Se vince il No, mi dimetto il giorno dopo e torno a fare il libero cittadino”.
21 maggio 2016, L’Eco di Bergamo:
“Se perdiamo il referendum, vado a casa. Questa è personalizzazione? No. Questa è serietà”.
21 maggio 2016, durante un comizio a Bergamo:
“Non sono andato a palazzo Chigi dopo aver vinto un concorso, mi ci ha messo quel galantuomo di Napolitano con l’impegno di fare le riforme. Se non ottengo questo risultato, l’Italia continuerà a essere il Paese degli inciuci e del Parlamento più costoso del mondo. Se l’Italia vuole questo sistema, è giusto che lo faccia senza di me”.
22 maggio 2016, In mezz’ora su RAI 3:
“Se il referendum dovesse andare male non continueremmo il nostro progetto politico. Il nostro piano B è che verranno altri e noi andremo via”. (Nel governo Gentiloni tutti confermati, tranne il ministro Giannini)
1 giugno 2016, Virus su RAI 2:
“Se perdo il referendum troveranno un altro premier e un altro segretario”.
2 giugno 2016, Il Foglio:
“Io sono fiducioso che vinceremo bene. Ma se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere. Vuole uno slogan semplice? O cambio l’Italia o cambio mestiere”.
29 giugno 2016, eNews:
“Secondo voi io posso diventare un pollo da batteria che perde e fa finta di nulla?”.
31 luglio 2016, La Repubblica:
“Personalizzare questo referendum contro di me è il desiderio delle opposizioni, non il mio”.
17 novembre 2016, ANSA:
“Io non posso essere quello che si mette d’accordo con gli altri partiti per fare un governo di scopo o un governicchio”.
21 novembre 2016, #matteorisponde su Facebook:
“Non sto qui aggrappato al mantenimento di una carriera. Non ho niente da aggiungere al curriculum vitae”.
30 novembre 2016, Matrix su , Canale 5:
“Io sono un boy scout, non voglio diventare come gli altri, il mio lavoro deve servire a cambiare il paese. Se vogliono un bell’inciucione, se lo facciano da soli…”.
30 novembre 2016, Comizio ad Ancona:
“Non sono quello che fa accordicchi alle spalle dei cittadini. Per questo possono chiamare qualcun altro”.
30 novembre 2016, Repubblica.tv:
“Se gli italiani dicono No, preparo i pop-corn per vedere in tv i dibattiti sulla casta”.
Dopo di che, il referendum: 33.244.258 votanti su 50.773.284 di aventi diritto, il 65,47%, ha espresso la propria preferenza con 13.431.842 SI, il 40,88% e 19.420.271 NO, il 59,12%.
Quasi 20 milioni di italiani, il 38,25% della popolazione, ha detto a Matteo Renzi che poteva tranquillamente ritenere conclusa la sua carriera politica.
Quindi?
Quindi il bomba è ancora lì, più carico di prima e questa volta si vuole far eleggere, così non potremo nemmeno più accusarlo di non essere passato dalla prova elettorale.
Il metodo sembra funzioni, nel nostro paese vince chi la spara più grossa e Matteo Renzi usa da sempre l’artiglieri pensante con un bel numero di soldati nelle sue file.
Già, oltre a lui a sparare grosso ci sono stati altri, il renzismo, più che la rottamazione delle vecchia politica, sembra delinearsi come un modo di fare ben preciso: promettere e fare il contrario.
Insieme a lui anche Maria Elena Boschi si è data da fare con le bombe, il 27 aprile 2016 durante la trasmissione Otto e Mezzo su LA7 aveva detto “Se un governo ha avuto il mandato da Napolitano a fare le riforme e queste poi non passano, è normale che ne prenda atto”, poi, il 22 maggio 2016 a In mezz’ora su Rai 3 ha ribadito “Noi vinceremo, quindi questo problema non si porrà. Ma comunque sì, noi siamo molto serie e se Renzi perde anch’io lascio la politica, perché è un lavoro che abbiamo fatto insieme. Come potremmo restare e far finta di niente?”.
Il metodo renziano gli ha portato quindi una bella nomina a Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel successivo Governo fotocopia di Gentiloni, al contrario di quanto affermato, restando e facendo finta di niente.
Dario Franceschini, confermato al ministero dei Beni Culturali nel Governo Gentiloni, proseguiva la legislatura dopo aver detto seccamente su Repubblica il 29 maggio 2016 che “Il ritiro in caso di vittoria del No non è una minaccia, a me sembra una con-sta-ta-zio-ne. Questo governo nasce per fare le riforme. Se le riforme non si fanno chiude bottega il governo e chiude anche la legislatura, mi pare ovvio”.
Anche se il caso che ha fatto più eco è forse quello di Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione nel Governo Gentiloni, che da vicepresidente del Senato a L’aria che tira, su La7, il 4 dicembre 2016 ha detto con piglio deciso e convinto: “Se vince il No il giorno dopo bisogna prenderne atto, non possiamo andare avanti perché non avremmo più l’autorevolezza. Sarebbe giusto rimettere il mandato da parte del premier ma anche da parte dei parlamentari: tolgo l’alibi a chi pensa ‘tanto stiamo lì fino al 2018’, perché pensano alla propria sedia. Io non penso alla mia sedia”.
Lavoro, tasse, RAI, immigrazione, scuola, casta, etc, se escludiamo una recrudescenza sui cittadini che ha provocato l’effetto di ridurre i procedimenti giudiziari ed i contenziosi fiscali a svantaggio dei loro diritti costituzionali, è davvero difficile trovare un provvedimento del Governo Renzi o dei suoi ministri accolto con favore dalla popolazione, eppure il bomba circola ancora e sta tornado.
La prova elettorale di domenica 11 giugno 2017 è stata importante, ma solo per le città.dove si è svolta, “senatores boni viri senatus mala bestia”, la politica nazionale si fa a Roma, i sindaci delle città sopravvivono spesso contro i loro stessi partiti, dovevamo votare subito, se il referendum fosse stato perso, si andrà, invece, a fine legislatura, permettendo di maturare quegli ingiusti privilegi che si era detto i parlamentari non dovevano più avere.
Se ancora una volta il bomba non esploderà dissolvendosi in una bolla di fumo, allora aveva ragione lui, gli italiani avevano sbagliato e sarà dimostrato che quasi 20 milioni di italiani non possono nulla contro una politica ingiusta, ma diffusa.
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