DI DARWIN PASTORIN

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Sono i giorni del calcio chiacchierato, del mercato del poco o del niente, degli esami di riparazione per le squadre che hanno deluso. Dei soliti nomi che si rincorrono. Del cosiddetto “valzer delle panchine”, allenatore che vieni allenatore che vai. L’ultimo lampo d’autore è stato (maradoniano assai) di Lorenzo Insigne contro il Liechtenstein: ecco un fantasista così come si deve.
In primo piano anche i nostri due formidabili portieri: Gigi Buffon, con sente ancora addosso la malinconia per la caduta di Cardiff contro il Real Madrid (adios Pallone d’Oro ed ennesima finale di Champions League gettata al vento delle illusioni e delle disillusioni), e il giovane Gigi Dunnarumma, desiderato, agognato, corteggiato dai più prestigiosi club europei, ma che il Milan vorrebbe tenersi ben stretto.
Buffon, quasi quarantenne, è al crepuscolo di una carriera da applausi. Ha confidato: “In caso di conquista della prossima Champions, continuo per un’altra stagione: altrimenti lascio dopo il mondiale in Russia”. Speriamo di vederlo ancora tra i pali, Gigi: un numero uno come lui, nel nome di Dino Zoff, non ha età. Donnarumma, invece, diciottenne bravo e spavaldo, è al primo posto nei piani strategici del Real Madrid e del Psg. Vedremo cosa deciderà il suo procuratore, l’ormai celeberrimo Mino Raiola…
In attesa di novità, consigliamo al Gigi piccolo e al Gigi grande di leggere (o rileggere) il grande Nabokov, l’autore di Lolita che, negli anni universitari, fu portiere, di qualche valore, ma con la consapevolezza “di non aver fatto furore”, in Inghilterra.
Scrisse in Parla, ricordo:

“Fra tutti gli sport che ho praticato a Cambridge, il calcio è restato per me una brughiera spezzata dal vento in mezzo a un periodo piuttosto confuso. Avevo la passione di stare in porta. In Russia e nei paesi latini questa nobile arte è sempre stata aureolata di un prestigio particolare.

Poiché il suo ruolo lo tiene in disparte, solitario e impassibile, il bravo portiere si vede seguito per via da un nugolo di ragazzini entusiasti. Rivaleggia con il matador e con l’asso dell’aviazione come oggetto di fremente ammirazione. Il maglione, il berrettino, le ginocchiere, i guanti che gli spuntano dalla tasca dei calzoncini lo distinguono dal resto della squadra. È l’aquila solitaria, l’uomo del mistero, l’estremo difensore”.

E ancora:

“Oh, certo, ho avuto i miei giorni di gloria e di euforia: il buon odore dell’erba, e quel celebre centravanti del campionato interuniversitario che mi si avvicinava sempre di più, il fulvo cuoio nuovo sulla punta del piede mobilissimo, eppoi il tiro sibilante, la bloccata riuscita, quell’insistito formicolio nelle mani…”.

Ecco: con la “benedizione” di Nabokov, portiere a Cambridge, auguriamo a Buffon di conquistare (finalmente!) la Champions League e a Donnarumma di restare al Milan per diventare una bandiera rossonera come Franco Baresi e Paolo Maldini. Perché una maglia per sempre, come ci ha insegnato Francesco Totti, con il suo talento e le sue lacrime, possiede un valore universale e poetico. Non ha prezzo.
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