DI LUCA BILLI
Giulio Cesare è un uomo corpulento, gesticola molto e ha un ciuffo improbabile. Calpurnia indossa abiti elegantissimi e parla con un leggero accento sloveno. I senatori portano seriosi completi blu. I massicci agenti della sicurezza, con le loro armi e i loro auricolari, non riescono però a proteggere il console, che viene ucciso dai congiurati guidati da Bruto e Cassio. Vi posso tranquillamente raccontare cosa succede: non è uno spoiler, è Shakespeare.
Anche il pubblico che dal 23 maggio di quest’anno ha affollato il teatro all’aperto a Central park per il primo dei due spettacoli della storica rassegna Free Shakespeare in the park sapeva benissimo cosa sarebbe successo: che Cesare sarebbe stato ucciso, che Antonio – qui Elizabeth Marvel, Heather Dunbar di House of cards – avrebbe pronunciato il suo elogio funebre, riuscendo a sobillare la folla di Roma contro i congiurati, e che alla fine anche Bruto – qui Corey Stoll, un altro interprete di House of cards, lo sfortunato Peter Russo – sarebbe stato ucciso. Quello che il pubblico non sapeva è come il regista Oskar Eustis avrebbe raccontato ancora una volta quella stessa storia, così universalmente nota, tante volte messa in scena. E chiaramente Eustis ha scelto di ambientare il dramma ai giorni nostri, rappresentando Cesare come Donald Trump. Nelle note di regia ha scritto:

Giulio Cesare può essere letto come un monito per coloro che vogliono lottare per la democrazia con mezzi non democratici. Combattere il tiranno non significa imitarlo.”

La forza di un classico sta proprio in questo. E pochissimi come Shakespeare hanno la capacità di raccontarci quello che noi siamo, anche a tanti secoli di distanza, con tale precisione. Personalmente la versione più bella di questa tragedia che ho avuta la fortuna di vedere è quella, al cinema, dei fratelli Taviani, che in Cesare deve morire, raccontano il laboratorio teatrale di un gruppo di detenuti di Rebibbia che mettono in scena l’opera di Shakespeare. Tra i congiurati ci sono uomini che hanno realmente ucciso, che hanno realmente tradito, che realmente si sono vendicati – e che pagano per questi loro atti – e quindi le parole scritte secoli fa nell’Inghilterra di Elisabetta I assumono un senso incredibilmente forte. E vero.
Non so se la scelta di Eustis sia stata altrettanto efficace, se quella buona idea sia stata poi effettivamente realizzata, questo lo deve decidere il pubblico che, per fortuna, è sovrano e sa benissimo cosa è buono e cosa no. Contro lo spettacolo si è però levata una campagna denigratoria orchestrata dalla Fox news e da una serie di siti che appoggiano il presidente: secondo loro rappresentare in quel modo l’assassinio di Cesare significherebbe raccontare – auspicare forse -l’assassinio del presidente in carica.
L’arte però non può essere censurata, almeno teoricamente. Però può essere fermata. Gli spettacoli di questo storico festival newyorchese sono gratuiti e quindi le produzioni vivono grazie agli sponsor e due dei più importanti, Bank of America e Delta air lines, hanno deciso di ritirare il proprio contributo allo spettacolo. Probabilmente questo spettacolo si salverà, ormai le repliche stanno per terminare, ma cosa succederà in futuro? Quanti registi, anche famosi come Eustis – figuratevi i giovani – si faranno condizionare dalla paura di perdere i finanziamenti? Quanti produttori accetteranno ancora di mettere in scena spettacoli di questo genere, sapendo che potrebbero fallire, con il ritiro degli sponsor?
E’ un brutto segno quando il potere riesce a far tacere Shakespeare.
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