DI LUCA SOLDI

 

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Forse don Lorenzo, (ma anche Papa Francesco) avrebbe voluto che certe persone più di preoccuparsi per come andare ad “occupare”‘Barbiana per un giorno, vederle impegnate nel loro mestiere di curare il bene comune.
Forse don Lorenzo Milani preferirebbe vederle occupate per qualche ora sui tavoli della politica a gestire davvero il destino degli uomini ed in particolare degli ultimi.
Forse preferirebbe vedere quei signori mettere in pratica anche uno solo dei suoi pensieri piuttosto che trovarli indaffarati a riempirsi la bocca di tutto il suo messaggio, ma solo per qualche ora.
Si perché al giorno d’oggi Barbiana vuol dire ancora trovarsi in un luogo dove il mondo continua a muoversi, a sorprendere anche e soprattutto quando non c’è nessuno. Un luogo che incide sulla vita quotidiana di chi ne fa patrimonio realmente intimo.
Andare a Barbiana non vuol dire certo essere lì a celebrare una delle grandi figure del cattolicesimo ma significa allo stesso ricordare il parroco attento alle indicazioni della chiesa, perfino rispettoso delle sue indicazioni, ma allo stesso tempo vuol dire ricordare un sacerdote “reo” di una condanna inflitta da un tribunale della repubblica.
Un prete trasformato in missionario in casa propria che oltre a spogliarsi delle grandi ricchezze familiari per farsi povero riuscì a far diventare Barbiana modello irripetibile di guerra alle “miserie”.
La visita a Barbiana diventa così condivisione del luogo diventato “santuario” della lotta all’acquiescenza, luogo ch’è vera testata d’angolo della chiesa francescana.
E così tentare di seguire il messaggio di don Milani vuol dire essere non obbedienti ma coscienti. Vuol dire essere obbedienti ma con dentro una germe devastante, quello della disobbedienza che rode e macina la propria anima ma anche quella del mondo circostante.
Andare a Barbiana vuol dire seguire il percorso di uno dei più grandi intellettuali del nostro ‘900 con al centro del pensiero il Concilio Vaticano II. Vuol dire camminare lungo il sentiero di una povertà che dà scandalo ma allo stesso tempo viene vinta dalla curiosità e dall’insegnamento.
E per comprendere appieno la figura di don Milani, bisogna partite dall’inizio o forse meglio dire dalla fine.
Da quegli ultimi giorni di questa sua presenza sulla terra che malgrado il male lo stesse soverchiando, lo portavano ad ironizzare perfino su quello che era stato uno dei fili conduttori della sua esistenza.
In quel tempo si trovava ad affrontare, nonostante un tumore devastante, una strenua battaglia per il riconoscimento al diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio.
Contro la stessa chiesa che con la sua presenza dentro le istituzioni militari dei preti con le “stellette” fa piena contraddizione della sua missione.
Questo suo ennesimo posizionarsi a fianco della disobbedienza
civile lo portò a dover affrontare il giudizio del tribunale.
Il suo testamento sulla disobbedienza si può sintetizzare in una frase che raccoglie poche ma pesanti parole:
“Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.
Don Lorenzo pur dalla “Siberia ecclesiastica” dove era stato confinato non poteva certo restare indifferente alle cose del mondo: “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come riesce ad essere consapevole di quanto può essere importante la libertà di parola e quella di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.
“In piedi. Signori, entra la Corte”. Con queste parole nel 1966 don Lorenzo Milani, nel processo celebrato a Roma il 28 ottobre del 1967, esattamente 49 anni fa, si difese dall’accusa di apologia e incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile, per le quali era stato trascinato in Tribunale (dove fu assolto in primo grado e condannato in appello). Il sacerdote in realtà aveva proclamato il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e il dovere della disobbedienza a ordini sbagliati. Nel pieno della guerra fredda, al tempo della contrapposizione fra blocchi, questa provocazione doveva essere punita in modo esemplare.
La prima sentenza, fra la sorpresa generale, lo vide assolto, ma i tempi non erano certo maturi malgrado l’impegno di molte figure dello stesso cattolicesimo, rifacendosi a Balducci e La Pira, per restare in terra di Toscana.
Veder assolto don Milani non poteva essere tollerato e così fu subito richiesto l’appello.
Ma li e pochi mesi il prete degli ultimi sarebbe morto.
Don Milani sapeva di sentirsi ormai prossimo alla “casa”.
Ma non poteva lasciare senza risposta quel giudice che lo richiamava all’ordine imponendogli la presenza a Roma al processo d’appello per l’accusa, infamante, di voler diffondere il “germe” della Pace attraverso la disubbidienza civile alla chiamata alle armi.
E per questo, provocatorio ed ironico come spesso nel suo costume, il priore di Barbiana ebbe a scrivere al giudice una lettera di poche righe: «Caro presidente, io ho la bua. Tanta bua. Che sei bischero a farmi venire a Roma? Se mi vuoi vedere vieni te. Un bacio anche a tua moglie».
Righe ironiche e pungenti.
Don Milani morirà il 26 giugno 1967 e l’appello si terrà poco più di quattro mesi dopo, il giudizio questa volta sarà di condanna ma i giudici dovranno anche scrivere che “Il reato è estinto per la morte del reo».
Per tornare a parlare di obiezione di coscienza dovranno passare molti anni, fini a quando, nel 1972 una legge della Repubblica ne riconoscerà diritto e valore.
L’avventura Lorenzo in questo mondo era iniziata nel Maggio del 1923 da Albano Milani e da Alice Weiss, in una delle famiglie più agiate e culturalmente ricche della città. In un ambiente decisamente anticlericale, con i genitori che si sposarono con rito cattolico solo in un secondo tempo e probabilmente costretti dal regime fascista. La sua conversione arriva nel 1943 e la scelta del seminario fu decisamente dura perché Lorenzo Milani cominciò fin dall’inizio a scontrarsi con la mentalità della Chiesa e della curia: non riusciva a comprendere le ragioni di certe regole, di quelle “prudenze” che ai suoi occhi erano lontanissime dall’immediatezza e dalla semplicità del Vangelo. Fu ordinato sacerdote nel duomo di Firenze il 13 luglio 1947 dal cardinale Elia Dalla Costa. Il suo primo, e breve, incarico fu a Montespertoli come cappellano in aiuto del proposto locale. Di lì a poco venne inviato come coadiutore a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze, dove lavorò per una scuola popolare di operai e strinse amicizia con altri sacerdoti come Danilo Cubattoli, Bruno Borghi e Renzo Rossi.
Sono gli anni in cui gli fu amico e collaboratore il calenzanese Agostino Ammannati, insegnante di lettere nel liceo classico Cicognini a Prato. Sono gli anni in cui scrisse Esperienze pastorali, che ebbe una forte eco per i suoi contenuti e creò quegli scandali che non lo abbandoneranno mai più.
L’impegno a San Donato, il disturbo che creò gli valsero l’esilio in posto sperduto, nel Mugello, in una piccola chiesa sperduta fra i monti riaperta appositamente per lui. Destinata dai suoi superiori ad accoglierlo solo il tempo di un ravvedimento che non arriverà mai.
A Barbiana, in “Siberia”, ci arrivò nel dicembre ‘54, sotto un nubifragio. Il giorno dopo scese a Vicchio che era il paese più vicino e per prima cosa si comprò la tomba dove poi è stato sepolto, perché sapeva già che tra quei monti avrebbe trovato casa e pace.
Lì, in quel mondo fatto di predestinati alle povertà materiali ed intellettuali, di montanari isolati dal mondo, volle condividere il seme della speranza per i figli degli ultimi, lui che era stato figlio dei “primi”. Dal niente invento’, impose alle stesse famiglie, un modello di scuola universale, aperto; dove non c’erano ricreazioni o vacanze. Si leggevano i giornali, si discuteva.
Per quelli poi che salivano in visita a Barbiana incuriositi a loro volta per quella esperienza avveniva una vera e propria “vivisezione”.
E la curiosità via via muoveva l’intelletto, il povero e gli ultimi si emancipavano, i più grandi facevano lezione agli altri: si poteva sperare di imparare a leggere, a scrivere. A pensare con la propria testa. E l’obiettivo di un riscatto sociale ed intellettuale si faceva così concreto mentre il mondo fuori, lontano, si rodeva l’anima nel cercare di capire cosa muoveva quel prete spedito in quella chiesetta sperduta.
Fra le tante citazioni riemerse in questi giorni forse una merita un’attenzione particolare, una riassume il suo impegno e la sua missione. Ancora prima di quella scuola e dell’impegno di Barbiana scrive del senso della sua esistenza. Dell’essere dentro e fuori gli schemi. Così si rivolge, nel 1950, ad un giovane comunista di nome Pipetta, con il quale ancora a Calenzano aveva intrattenuto un carteggio:
Lettera di don Lorenzo Milani
San Donato, 1950
Caro Pipetta,
ogni volta che ci incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora … Lo dici perché tra noi due ci siamo sempre intesi anche se te della scomunica te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché t’ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni: Ma dimmi Pipetta, m’hai inteso davvero? E’ un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così. E quel caso è stato quel 18 aprile che ha sconfitto insieme ai tuoi torti anche le tue ragioni. E solo perché ho avuto la disgrazia di vincere che… Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie. Ma credi, mi piego con ripugnanza. Lascia che te lo dica a te solo. Che me ne sarebbe importato a me della tua miseria? Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua. Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell’altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m’hai più chiesto. Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio. E solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. E’ la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta. Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco. Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita. E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere lì in basso, a combattere i ricchi. Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione. Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: “Hai ragione”. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro”. Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”.
C’è ancora una piccola chiesa, vicino a Vicchio, ancora oggi sperduta. Poco distante un cimitero, di quelli di montagna, con le lapidi coperte dal muschio. Con qualche fiore raccolto dal ciglio del sentiero poggiato su quelle tombe a ricordare che il tempo non è passato invano. Fra qualche giorno Barbiana tornerà ad essere il centro del mondo. Con tutti i riflettori puntati dovrà sopportare il peso di una richiesta di perdono, di una riabilitazione di cui don Lorenzo non ha mai avuto bisogno. Ma Barbiana accoglierà Francesco, il papa con le periferie nel cuore, come ha sempre accolto coloro che arrivano con spirito aperto e sincero ed allo stesso tempo respingerà quanti si accoderanno per apparire, per fare finta di aver capito. Rifiuterà quanti diranno di aver capito la lezione per poi non applicarla. Manderà via quanti vorranno occuparla solo per un giorno.

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