DI LUCA BILLI
La notte del 17 giugno 1972 – solo quarantacinque anni fa – furono scoperti e arrestati cinque uomini che si erano introdotti nella sede del Comitato nazionale del partito democratico, che occupava l’intero sesto piano di un grande e anonimo albergo di Washington. L’8 agosto 1974 si dimise il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Questo, in estrema sintesi, è stato lo scandalo Watergate, dal nome di quel brutto albergo. E, a causa di quello scandalo, i mezzi di informazione – con scarsissima fantasia – continuano a usare il suffisso -gate per indicare ogni scandalo politico, fino al Russiagate, che potrebbe costare il posto all’attuale inquilino della Casa bianca.
Troverete molti libri sul Watergate e io non ho la competenza – né questa è la sede – per raccontarvi quello che è successo. C’è comunque su questo scandalo una lettura mitologica, legata al film di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del Presidente, un film che abbiamo visto e rivisto, che ha rappresentato un punto importante della carriera dei due protagonisti Robert Redford e Dustin Hoffman e che soprattutto ha segnato in maniera definitiva il racconto di quella vicenda. La storia dei due giovani e fino allora sconosciuti reporter del Washington post che, indagando con tenacia, costanza e un po’ di incoscienza, scoprono uno dopo l’altro gli anelli di una catena che porta fino a Nixon, certo è una storia bellissima, che ci emoziona ogni volta: la scena in cui si vedono i due giornalisti scartabellare tra i cartellini delle richieste degli uffici della Casa bianca alla biblioteca del Congresso ci fa scattare sulla sedia ogni volta.
Credo che dovremmo cominciare a guardare quel film come appunto un’opera di finzione e accettare l’idea che il Watergate sia stato lo strumento con cui un pezzo del potere ha tolto di mezzo un altro pezzo. E considerare tutti quei personaggi, da Woodward e Bernstein a Gola profonda, dei mezzi, più o meno consapevoli, per raggiungere uno scopo: togliere di mezzo Nixon e quelli che lo stavano sostenendo. Non so se lo scandalo sia scoppiato perché Nixon aveva smesso di obbedire agli ordini e si era convinto di avere davvero il potere di decidere in autonomia sulle grandi questioni di politica economica o perché alcune di quelle scelte, ad esempio la decisione di abrogare il sistema di Bretton woods e di togliere ogni freno al capitalismo più selvaggio, colpirono interessi che non avrebbe dovuto colpire o perché semplicemente era ora che si facesse da parte. Certo non potevano uccidere Nixon come avevano ucciso Kennedy – i grandi illusionisti sanno che un trucco perde efficacia quando lo si ripete troppe volte – e quale modo migliore di togliersi dalle scatole Tricky Dick se non un bello scandalo? Nixon non era amato come Kennedy e il popolo sarebbe stato felice di vederlo cadere. E così decisero di consegnare al popolo la testa di Nixon su un piatto d’argento.
Credo che dovremo ricordare la storia del Watergate e delle dimissioni di Nixon quando tra qualche settimana – o qualche mese – lanceremo i nostri evviva per l’avvio della procedura di impeachment contro Trump o festeggeremo le sue dimissioni. Avranno solo deciso di sbarazzarsi di un altro che non vuole obbedire o di uno che ha deciso di stare con la banda sbagliata, quella che perderà. Immagino si stiano già preparando le gole profonde e che troveranno i giornalisti – magari perfino qualcuno onesto, qualcuno che crede ancora al potere della stampa libera – per far dimettere il presidente. Un killer costa sempre troppo.
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