DI ROBERTO BECCANTINI

Erika non ce l’ha fatta. Ci lascia a 38 anni. Fu calpestata in piazza San Carlo, la sera di Juventus-Real Madrid. In questi casi, il dolore si mescola allo stupore e diventa rabbia. Perché questa volta gli hooligans non c’entrano, anche se quel fuggi fuggi generale sembrava proprio un frammento maledetto dell’Heysel. Perché questa volta è successo tutto all’interno di uno stesso popolo. Si potrebbe scrivere di« fuoco amico», se un fuoco assai meno metaforico non avesse appena incenerito un grattacielo di Londra, con tanti cuori dentro e tante lacrime fuori.
Non è stata colta nel sonno, Erika. E’ stata colta nel sogno, non importa se ormai svanito. Aveva accompagnato il fidanzato, erano lì con amici, con amiche. La giustizia faccia pure il suo corso e chi ha sbagliato, paghi. Nel 2015, la notte di Barcellona-Juventus, non successe nulla. C’erano due maxi-schermi e un altro sindaco: tutta qui la differenza?
Ai suoi tifosi il Real aveva aperto il Bernabeu, troppo comodo chiedersi – adesso – perché la Juventus non abbia aperto lo Stadium. Ammesso che contro la paura (di un botto, di un urlo, di un attentato) possa esistere un luogo capace di esorcizzarla. La speranza, sempre quella, solo quella, è che la fine di una di noi possa essere l’inizio diverso, migliore, per tanti altri di noi. Ce lo chiedemmo dopo l’Heysel, dopo Hillsborough. Ce lo chiederemo dopo piazza San Carlo.
The show must go on, lo spettacolo deve continuare: il gran rifiuto di Donnarumma si porta via tutto, anche perché era una notizia meno sicura di quella che, da giorni, covava nello strazio silenzioso dell’ospedale che ospitava Erika.
Muore giovane chi è caro agli dei, scriveva Menandro. Ma questo, sinceramente, è troppo. Erika, ti sia dolce almeno l’agorà del cielo.
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