DI MARCO GIACOSA
https://alganews.wordpress.com/
Una donna – giovane, una stella tatuata, sbiadita, sul polpaccio sinistro, un gonnellone estivo che si alza al ginocchio – piange.
Si alza gli occhialoni da sole neri, passa un dito sugli occhi, li pulisce, poi si sforza di detergere la smorfia del pianto.
Dietro di lei sulla scala mobile in uscita dalla metropolitana salgono due ragazze, che ridono.
Dietro, un uomo vecchio molto muscoloso, si tendono le fasce dei muscoli che furono rigogliosi, l’uomo ha come maglia la divisa, sembra, di una squadra di kickboxing.
Dietro, un donna legge il cellulare e sorride: ci sono malizia, soddisfazione, lussuria, eccitazione, gioia, soddisfazione, su quel viso.
Su un marciapiede del quartiere Lingotto arrivo al momento di questo dialogo.
Gastronoma – spessotta, poco in forma nel corpo – dice agli avventori di un bar con molto vino, intenti a sorseggiare il cicchetto già alle dieci: “Quando viene la mia ora muoio, chi se ne frega”.
E un uomo con il bicchiere dice: “Tanto si muore una volta sola, mica due”.
Ridono.
Eredito dal barbiere la conversazione precedente – entro quando fa svolazzare il mantello al signore prima, che paga, mentre mi sistemo, e saluta, mentre siedo, e quando il mio barbiere fa svolazzare il mantello su di me, prosegue.
Dice che non sa dove andremo a finire, Italia.
In un anno, dice, se ne sono andati centoventimila giovani, dall’Italia, e sono arrivati centocinquantamila migranti, che «non si sa bene cosa vogliono».
Lo specificherà molte volte, lo dirà spesso, con le medesime parole: «Non si sa bene cosa vogliono».
Dice che da Torino se ne sono andati dodicimila giovani, nell’ultimo anno.
Ora, lui non sa, ma alla fine degli anni ’80 a Torino c’erano un milione e duecentomila abitanti, adesso è scesa sotto i novecentomila.
Una volta c’era la Fiat, che dava lavoro a centoquarantamila dipendenti solo a Torino.
Adesso non c’è più un cazzo.
Non lo so dove andremo a finire, dice.
Adesso vengono questi, che «non si sa bene cosa vogliono».
Dice: «Per me, eh, così è come la vedo io».
Non è arrogante né violento (o meglio: non si rende conto della violenza delle sue parole), esprime – ritiene: civilmente, e in effetti lo dice senza alzare la voce, senza enfasi – un’idea e quell’idea vive e si alimenta di alcune marmoree convinzioni: oggi stiamo peggio di un tempo; se se ne vanno gli italiani e arrivano gli stranieri, la cosa non è bene.
Siccome è un evidente problema di percezione (secondo tutti i parametri di misurazione della qualità della vita, l’uomo italiano non è mai stato così bene – vita media, qualità delle prestazioni sanitarie, ricchezza, possibilità economiche, eccetera – in tutta la sua storia), taccio.
Penso che lui è sardo, e secondo la sua logica, lui a Torino da cinquant’anni ha imbastardito la razza torinese di cui faccio parte. Penso che neppure io posso avere diritto di essere ritenuto torinese, non più di lui, essendo nato a Bra e avendo genitori della provincia di Cuneo. Mi perdo nella logica dei muretti, nella proprietà delle case. Mia, tua, sua. Penso di rispondergli: «Stare meglio», ecco che cosa vogliono quelli che migrano, ecco cosa vogliono tutti: stare bene oggi, stare meglio domani.
Ma non glielo dico, sorrido quando fa svolazzare il mio mantello, ha finito.
Annunci