DI CLAUDIA PEPE

Deborah Dirani, un’apprezzata giornalista a cui io voglio molto bene, un anno fa pubblicò un articolo molto bello. Parlava del suo incontro con una signora che vendeva profumi. Dopo averle consegnato il suo sacchettino, ha preso una foto, fissata in una cornice di legno verde, e l’ha sistemata sul suo banco, in mezzo a tutte le sue stoffe colorate. Un profumo, uno scambio di parole, un misto di sensazioni, e il desolante racconto di una mamma orfana di un figlio che le chiedeva solo di abbracciarla. Mi ricordo che Deborah si era maledetta per aver riaperto una ferita che: “scava nella vita e nel dolore di una donna bionda e gentile”.
Io da quel giorno ho sempre voluto bene ad una persona che ha cercato di descrivere “la perfezione del dolore”, cercando di capire, di immedesimarsi, di ricercare nella sua memoria i suoi abbandoni, le sue delusioni, le sue ferite. Mi ricordo che le ho scritto: “Chiedilo a me Deborah?”, e lei capendo immediatamente cosa volevo dire, si è resa conto che anche io faccio parte di quei genitori che hanno raggiunto la perfezione del dolore. E da allora ci siamo sempre sentite vicine. Sai Deborah, le parole non potranno mai far capire quello che prova un padre e una madre, non esistono gesti, movimenti, sorrisi, abbracci. Dal momento in cui ti ritrovi con una sedia vuota a tavola, la tua vita impazzisce, l’adrenalina all’inizio ti fa respirare, camminare e perfino consolare gli altri. Poi il tempo passa, le persone che conosci, quando ti vedono, cambiano strada, e se per caso si imbattono sul tuo volto, li vedi che non trovano le parole.
Come dice quella saggia persona che hai incontrato al mercato, basterebbe un abbraccio e il silenzio. Poco alla volta ti ritrovi a scavare nei tuoi sensi di colpa, nei tuoi ricordi dove come madre hai sicuramente sbagliato. Dove ti ritrovi a maledirti per non aver agito, a maledirti per non aver voluto vedere, per aver amato troppo tuo figlio. Stranamente non c’è una parola che definisca il dolore quando perdi un figlio. C’è vedovo, orfano, ma per lo strazio più immane, quello che entra in casa con una violenza inaudita senza che tu ti possa proteggere, non c’è parola una parola che possa descriverlo. Adesso lo capisco, adesso che quella porta si è aperta e ha portato via come fosse una cosa sua, mio figlio.
Tommaso, per chi l’ha sentito suonare, sa che persona, quale cultura e bontà permeasse tutto il suo essere. Lui e il violino erano la vita, l’amore, la bellezza. Quella bellezza rara che non conosce limiti da oltrepassare, perché quando Tommaso prendeva in mano il suo violino, quello strumento così piccolo ed immenso, diventava l’armonia più pura, la memoria della felicità, l’imprendibile che diventava improvvisamente realtà. Una realtà che ti avvolgeva e prendeva il sopravvento, la meraviglia, lo stupore. E quando finiva un concerto e staccava l’archetto come solo un essere superiore sa fare, tutti rimanevano in silenzio per ascoltare fino alla fine il suo sogno, la sua poesia, la sua passione che aveva dipinto la sala. Per tutto quel tempo in cui Tommaso suonava, sapevamo tutti che amava. Quando era piccolo e doveva fare uno dei primi saggi, io gli dissi: “Tommaso, chiudi gli occhi e fammi sognare”. Da quel momento lui suonò sempre a occhi chiusi, lasciando far parlare la sua anima. Da quel momento fino a quando la morte non me l’ha strappato dalle braccia, ha continuato a farmi sognare. Il mio piccolo grande ragazzo dai riccioli neri, in una serata fredda è uscito dalla mia casa, ma non dalla vita della sua famiglia e di tutti quelli che lo hanno sfiorato in un alito di vita che trasudava solo gioia.
La sua vita la ricorderemo come quella del grande Pantani. Quella dei più bravi a cui la sorte aveva deciso che non potevano andare oltre, perché oltre, nessuno li avrebbe mai raggiunti. Pantani si levava il suo cappellino quando decideva di dominare le sue montagne, Tommaso, quando sentiva il legno del pavimento delle sale da concerto. Il mistero della bellezza, quando si incontra con quello del dolore, non può che partorire la gioia di averlo tenuto in grembo per nove mesi, e aver donato al mondo per 27 anni un angelo che forse qualcuno temeva, ma solo perché sapevano di non essere all’altezza della sua bravura, ma soprattutto della sua bontà.
Tommaso è morto ma lui è la vita e l’amore. Lui stava percorrendo la via più difficile in questa vita, e ce l’aveva quasi fatta. Ma le porte, non si sa mai quando si aprono e cosa levano improvvisamente. A noi ha levato una cometa, una stella polare che illuminava ogni cosa. Io da quel momento lotto ogni giorno contro questa lama che affonda in me, ma continuerò a lottare per i ragazzi, gli studenti, la disonestà, le bugie. Adesso vorrei dirgli: “Amore mio, grazie di essere stato mio figlio. Non eri tu a chiudere gli occhi e farmi sognare, ma io che li ho aperti solo adesso, così abituata a sentire la bellezza, la grandezza, la verità. Amore mio, non eri per questo mondo, non eri un comune ragazzo. Eri e sarai per sempre il ragazzo che con un violino in mano poteva domare tutto anche il deserto di questa vita. Grazie amore mio di essere stato nostro, ma il nostro appuntamento sarà sempre la sera quando la notte cala, e tu ti appoggerai a me per farti cantare la tua ninna nanna, facendoti accarezzare il tuo viso, baciare le tue mani mentre ci raccontiamo le nostre giornate. Ecco cosa gli direi, e volentieri ti abbraccerei insieme alla signora che vende profumi in un mercato denso di poesia. A Deborah donna prima, giornalista poi.
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