DI NICOLA BORZI

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#CaltagironeEditore Il colpaccio di Caltagirone che prima l’ha quotata guadagnandoci centinaia di milioni e ora la delista ricomprandosela a un terzo della sua stessa cassa.
Il 7 luglio 2000, ai picchi massimi della bolla delle dot com, sbarcava a Piazza Affari la controllata editoriale del gruppo romano Caltagirone. L’Ipo della Caltagirone Editore, che raggruppava le partecipazioni nei quotidiani del gruppo (“Il Messaggero” di Roma, “Il Mattino” di Napoli e “Il Quotidiano” di Lecce, Brindisi e Taranto, oltre alla Piemme che gestisce la pubblicità) e controllava il portale web Caltanet (da cui si attendevano rosei risultati futuri nella new economy) si chiudeva con un grande successo: il titolo veniva piazzato ai risparmiatori a 18 euro per azione (sulla base di una forchetta indicativa di 16,5-21 euro per azione). L’Offerta pubblica di sottoscrizione aveva registrato richieste complessive per 50,7 milioni di titoli sui 35 milioni previsti come tetto massimo dell’operazione, con un’oversubscription della parte retail di quasi due volte (24,7 milioni di azioni su 14 milioni), con oltre 154mila domande (controvalore 860 miliardi). Mentre il contestuale collocamento privato rivolto agli investitori professionali in Italia e istituzionali all’estero aveva registrato richieste complessive per 26.018.892 azioni ordinarie sulle 21 offerte. In base al prezzo di offerta, la capitalizzazione di Borsa era pari a circa 2,25 miliardi di euro e dall’Ops la società incassava 720 milioni di euro.
L’affare lo faceva la capogruppo Caltagirone Spa, come spiegava la semestrale al 30 giugno 2000 della controllante – vedi qui:
http://www.caltagironespa.it/pdf/sem300600calt.pdf
«Anche a seguito della operazione di collocamento delle azioni Caltagirone Editore, il patrimonio netto di competenza del gruppo si è notevolmente incrementato nel periodo passando da 633,397 miliardi di lire (327,1 milioni di euro, ndr) al 31 dicembre 1999 a 1.003,064 miliardi di lire (518 milioni di euro, ndr) al 30 giugno 2000» (Pag 2): in sostanza grazie alla quotazione la capogruppo Caltagirone Spa accresceva il patrimonio di 190,9 milioni di euro, con un incremento del 58 per cento.
«Il 30 giugno 2000 si è conclusa con pieno successo l’Offerta Pubblica di Sottoscrizione di n. 35.000.000 azioni di nuova emissione della Capogruppo Caltagirone Editore S.p.A.; l’operazione ha portato all’incremento dei mezzi propri di circa 1.220 miliardi di lire (630 milioni di euro, ndr) consentendo al Gruppo editoriale di disporre delle risorse necessarie per cogliere le opportunità di investimento, programmare nuove acquisizioni e potenziare il Gruppo nei settori di intervento dei media, pubblicitario ed internet». (Pag 4)
«L’incremento delle Altre Riserve (389,348 miliardi di lire – 201 milioni di euro, ndr) deriva dalla valutazione con il metodo del Patrimonio Netto del Gruppo Caltagirone Editore, i cui mezzi propri, a seguito della Offerta Pubblica di Sottoscrizione di n. 35.000.000 azioni di nuova emissione, ammontano a circa 1.482 milioni di lire (765,4 milioni di euro, ndr)». (Pag 34)
Cosa accade ora, a 17 anni di distanza da quei picchi societari? Il titolo è scivolato da 18 euro a 0,84 centesimi, la società capitalizza 105 milioni di euro. Ora gli azionisti di controllo (famiglia Caltagirone) ne hanno deciso il delisting offrendo agli azionisti 1 euro per azione, con un premio del 19% sulla media delle quotazioni recenti di Borsa. Spesa massima prevista in caso di delisting totale, 40,9 milioni.
Grosso modo, ricapitoliamo:
luglio 2000 titolo venduto a 18 euro, incassati 720 milioni di euro;
luglio 2017 titolo comprato a 1 euro, spesi 40,9 milioni di euro.
Un affare, non c’è che dire. Ma solo per i collocatori.
Ah, dimenticavo due “piccoli” particolari:
1 – al 31 dicembre 2016 la Caltagirone Editore aveva una posizione finanziaria netta positiva per 134,4 milioni, compresi 150 milioni di euro di contanti depositati su conti correnti bancari e postali: in sostanza Caltagirone se la ricompra a meno di un terzo della cassa sulla quale metterà le mani;
2 – negli anni, la società è stata oggetto di una serie di pesanti ristrutturazioni del personale volte ad abbattere i costi, con ingenti oneri di prepensionamento sostenuti (tra gli altri) dall’Inps e dall’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani.

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