DI ALBERTO TAROZZI
Le forze speciali di sicurezza afghane hanno riconquistato l’area di Tora Bora, nella provincia orientale di Nangarhar, che di recente era caduta in mano alla filiale Khorasan (Afghanistan-Pakistan) dell’Isis.
Il ministro della Difesa, Tariq Shah Bahrami dichiara che dall’inizio dell’anno sono stati uccisi in Afghanistan 2.500 militanti dell’Isis.
Dunque in Afghanistan non ci sono solo talebani. Assolutamente no, anzi, martedì scorso i miliziani dell’Isis avevano sconfitto i talebani in una cruenta battaglia occupando la stessa strategica area di Tora Bora, un complesso di caverne situato nelle Montagne Bianche dell’Afghanistan orientale che già ospitò il fuggiasco Osama Bin Laden.
Riassumendo: Isis nemico dei talebani, che dai tempi del defunto leader Mansour stanno perdendo colpi. Alla sua morte, nel 2013, gli era succeduta una triade composta dal mawlawì Haibatullah Akhundzada, ufficialmente il numero uno, da Sirajuddin Haqqani, già braccio destro del precedente leader e vicino ad Al-Qaeda, e da Muhammad Yaqoub, figlio del mullah Omar. Un mosaico composito, volto a placare conflitti interni tra correnti che non avevano mai del tutto riconosciuto Mansour come leader. Haibatullah, il religioso; Yaqoub, il mediatore privo di effettivo potere; Sirajuddin Haqqani, il militare Qaedista osannato dai mujaheddin.
Dissidi interni di cui approfitta l’Isis per intrufolarsi sempre più in territorio afghano.
Però va a finire che la vittoria dell’Isis, in pochi giorni, viene ribaltata in un successo dei governativi ufficialmente filo occidentale.
Dietrologia ingombrante, se si volesse pensare a qualche ulteriore manovra sotterranea filo Isis modello Siria qualche anno fa. A rafforzare l’analogia c’è comunque una dichiarazione del premier di Kabul: una richiesta di collaborazione con Mosca, nel 2015, per impedire le infiltrazioni Isis.
Questo mentre i Qaedisti sembravano divisi tra una componente più bellicosa, interessata all’economia di guerra, e una più incline alla riappacificazione col governo, nella prospettiva di una divisione condivisa del paese.
Resta il fatto che la guerra in Afghanistan, sia pure a bassa intensità mediatica, continua, coi suoi morti. A noi vengono segnalate le offensive del governo di Kabul, che anche noi formalmente sosteniamo e al quale ci chiedono di inviare soldati.
Ma l’entrata in campo dell’Isis rende i giochi più complessi. Non sarà che l’amico premier Karzaj, troppo conciliante coi Qaedisti, ma anche con Mosca, possa diventare un nemico?
Anche qui, il futuro è un’ipotesi: una metafora per non volere riconoscere che 17 anni di guerre e guerriglie, di avanzate e marce indietro, hanno lasciato tutto come prima, con qualche complicazione e molti morti in più.
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