DI LUCA BILLI
A tutt’oggi non sappiamo neppure se voteremo, figurarsi quindi se possiamo immaginare con quale legge. In queste condizioni è quantomeno azzardato fare dichiarazioni di voto, ma, comunque vada, io voterò affinché ci sia nel prossimo parlamento una rappresentanza di sinistra. Mi auguro di non essere costretto a votare una “cosa” in cui ci sia dentro anche Pisapia, spero di non votare per Bersani-D’Alema, ma voterò comunque, perché difficilmente ci sarà proprio quello chi io vorrei votare. Al punto in cui siamo, pongo un’unica condizione: mai con il pd, con tutto il pd. E’ una condizione vincolante e quindi farò molta, molta attenzione prima di votare: se avrò anche solo il sospetto che il mio voto servirà a sostenere in qualche modo il pd o un governo con il pd, non voterò, disperderò il voto, annullerò la scheda piuttosto, ma non voterò per una sinistra complice.
Fatta questa doverosa premessa devo anche dirvi, con l’usuale franchezza, che non firmerò manifesti, non aderirò a comitati, non mi iscriverò a partiti nati o nascenti, non parteciperò a cantieri. Capisco che così faccio la figura del vecchio, che, mani dietro la schiena, osserva i lavori, scuotendo la testa in segno di sconforto e disapprovazione.
Confesso che pesa su questa decisione il mio cattivo carattere, Più passa il tempo più mi pesano le interazioni umane. E la politica ne ha invece assoluto bisogno. Lo so, l’ho fatta per anni e ricordo quanto sia importante il legame tra le persone. Anzi siamo a questo punto anche perché questo legame si è spezzato.
C’è poi un’altra considerazione che è più di carattere politico, anche se parte dalla mia esperienza personale. Proprio perché ho fatto politica per molti anni, sento pesare su di me una responsabilità. Siamo in tanti a portare questo peso, ma vedo che per molti questo non sembra essere un problema: continuano tranquillamente a fare politica, spesso dicendo le stesse cose che dicevamo vent’anni fa e che ci hanno portato al punto in cui siamo. Mi fa piacere che D’Alema – per dirne uno – abbia riscoperto il gusto della politica – sono fin contento per lui – ma lui, come me, vent’anni fa, pensava che Blair – schematizzo, ma mi avete capito – fosse la soluzione. Adesso, se vogliamo dire che è Corbyn il modello da seguire, dobbiamo anche riconoscere che sbagliavamo. E il fatto di aver commesso allora un errore così grave dovrebbe farci riflettere e soprattutto farci desistere da dare adesso lezioni.
C’è infine un ultimo tema che mi impedisce di riprendere qualcosa che ho interrotto anni fa, ossia il fatto che in questo paese sembra ormai impossibile definirsi radicalmente comunista. Leggevo l’altro giorno uno di questi sondaggi dei giornali italiani, in cui si chiedeva ai lettori di indicare un leader della sinistra prossima ventura. So che è poco di più di un gioco di società, ma l’esito mi ha lasciato comunque interdetto. In tanti, la maggioranza purtroppo, hanno indicato Roberto Saviano. Non ho nulla contro di lui come persona – mi sta antipatico, come mi stanno antipatici tanti – credo che il suo lavoro sia fondamentale per la crescita civile di questo paese, ma il fatto di aver denunciato il malaffare della camorra, a rischio della propria vita, non ti fa diventare un leader socialista.
Commentando le elezioni del Regno Unito tanti amici hanno scritto deplorando il fatto che non c’è un Corbyn italiano. Vero, non c’è, ma un leader così non si costruisce in laboratorio, come faceva il dottor Frankenstein con la sua creatura. Manca il Corbyn italiano, ma non è questo il problema, il dramma è che manca un partito, manca un sindacato, manca una cultura politica, manca una comunità che riconosca al proprio interno l’uomo – o la donna – che possa guidarla.
Sbaglierò, ma mi sembra che tutti questi cantieri partano con il piede sbagliato. Anzi siamo noi che li facciamo subito deragliare, perché ormai non riusciamo più a prescindere da una persona, da un leader. Sono certo ad esempio che Anna Falcone e Tomaso Montanari sono animati dalle migliori intenzioni, ma siamo noi che, letto il loro appello – condivisibile, per quanto generico, nella sua buona volontà – li abbiamo subito trasformati in leader. E’ come se non ne potessimo fare a meno.
Francamente trovo pericolosa questa spasmodica ricerca di un leader, a prescindere da ogni altra considerazione. E’ un fenomeno che mi preoccupa molto, che mi sembra il segno di una nuova forma di fascismo o comunque di un imbarbarimento della politica. Ne ho paura e non mi ci trovo più in questo mondo. E l’unica cosa che riesco a fare è scriverlo, scuotendo la testa.
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