DI GIACOMO MEINGATI
Quattro ragazzi di Liverpool stanno morendo dal freddo in un hotel squattrinato di Amburgo.
Uno di loro si alza in piedi sul letto, e grida: “dove stiamo andando ragazzi!?” e gli altri nel fomento rispondono: “oltre ogni massimo limite Johnny!”.
Quei quattro ragazzi, tra cui c’è Sir Paul McCartney, che oggi compie la bellezza di 75 anni, il mondo imparò a conoscerli come i Fab Four, ma per John, Paul e gli altri, quei tempi ad Amburgo erano duri.
Suonavano spesso davanti a poche decine di persone, per oltre dieci ore al giorno, e il successo sarebbe arrivato solo alcuni anni dopo.
Paul McCartney era cresciuto a Liverpool, ed era dovuto crescere presto.
La mamma, Mary, gli era stata portata via che era ancora un bambino, nel 56, e a detta di molti era questo che lo univa in un’amicizia fraterna e quasi simbiotica col ragazzo che urlava “dove andremo?”, John Lennon, a cui la mamma, Julia, morì poco dopo la sua.
Alcuni psicologi hanno sostenuto anche che fosse proprio questo elemento, questa perdita, ad aver causato in John e Paul un’amplificazione voraginosa della creatività.
I Beatles, hanno affermato alcuni critici, nei dieci anni in cui sono stati insieme, hanno prodotto una mole impressionante di composizioni che alcuni esperti hanno accostato, per quantità e per creatività, alla produzione di Mozart.
In parole povere: se Mozart fosse nato nel 42, probabilmente avrebbe messo in piedi qualcosa di simile a quello che sono riusciti a fare questi quattro ragazzi di Liverpool.
Paul fece due promesse solenni che durarono per tutti i dieci anni dei Beatles, una con John, e l’altra con tutti e quattro.
Con John si promise che qualsiasi canzone fosse venuta fuori a uno dei due, avrebbe sempre portato la firma di entrambe, e infatti i capolavori dei Beatles, che hanno segnato come nessun altra band la storia della musica contemporanea, portano sempre, quando a scriverli non è stato Harrison, la stessa firma. Lennon e McCartney.
Non credo sia facile rendersi conto pienamente di cosa siano stati in grado di creare questi due, ma basti pensare che su tutte le classifiche che contano dei songwriters del ventesimo secolo, al posto numero uno e due, vedete sempre la stessa firma, sempre loro due. Lennon e McCartney.
Gli altri, Jagger, Richards, Springsteen, Dylan, insomma non proprio gli ultimi arrivati, li hanno polverizzati. Li hanno spazzati via.
Uno degli snodi centrali nella vita di Sir Paul, è proprio l’amicizia con Lennon, e il legame che lo ha unito ai Beatles.
Erano anni in cui regnava il caos, non c’era un ambito della cultura occidentale che rimanesse in piedi, la musica, la società, la sessualità, la famiglia, la politica, tutto, ma proprio tutto era stato investito da un uragano.
Paul ebbe bisogno di John, e degli altri, i Beatles si unirono, crearono un’unione impermeabile che gli servì per non essere spazzati via da questo ciclone epocale che sradicava tutto, e gli servì per ancorarsi alle loro radici, che poi altro non erano che quelle di quattro adolescenti di Liverpool.
E così i Beatles riuscirono in qualcosa che ha ancora oggi dello stupefacente: non furono loro a essere travolti, ma travolsero.
Non furono loro a essere cambiati, ma loro stessi imposero quello che erano a quel mondo, dandogli un contributo inestimabile, e cambiandolo.
Non si fecero travolgere dalla storia, ma la scrissero a modo loro.
Recentemente una famosa attrice afroamericana ha dichiarato: “come donna e come “negra” nella società americana degli anni sessanta, la mia espressione non poteva avere un valore che potesse essermi riconosciuto.
Se ho capito che la mia personalità andava bene per quello che ero, e che non c’era bisogno di cambiarla o modificarla per essere accettata, se ho scelto di fare l’attrice, è merito dei Beatles”.
Paul McCartney di quel periodo parlò sempre come di un momento molto esaltante ma anche molto duro. Era un ragazzo di vent’anni, che si trovava al centro del mondo, gravato di una responsabilità inaudita e pesantissima, costretto ad andare in giro per il mondo a suonare per folle estatiche che lo idolatravano.
“Capivo – dichiarò più volte – che c’era un Paul che quella gente aveva plasmato, perché ne aveva bisogno. Fu importante capire immediatamente che quel Paul era solo quello che io concedevo ai fan e al mondo, mentre la mia interiorità era un’altra cosa, io ero un’altra cosa, che non dovevo mai perdere di vista”.
Paul ha sempre dichiarato che i momenti di respiro e di gioia più autentica erano in studio.
Lui e John diedero vita a una rivalità aspra e serrata, ogni giorno arrivavano con pezzi nuovi, scritti ovunque, in una camera d’albergo, in un taxi, tra le braccia di una donna, e questa rivalità produsse un repertorio ineguagliato che segnò per sempre la storia della musica rock e quella della cultura e del costume della nostra civiltà.
Non si può, in uno scritto, parlare della musica dei Beatles, o delle canzoni composte da Paul.
È esattamente la stessa sensazione che Dante ebbe quando, nel suo viaggio, si trovò a discutere di poesia con Omero, Ovidio, Orazio e Virgilio, e che come nessuno seppe descrivere: “parlammo cose che il tacere è bello sì com’era il parlar colà dov’era”.
Tacere è bello.
E ha senso solo consigliare di aprire YouTube, e di andare semplicemente a caso, nel sentirle. “Yesterday”, “Hey Jude”, “Let it be”, e tutte le altre.
Le melodie che McCartney ha composto hanno qualcosa che va oltre la razionalità, oltre le sue influenze folk, rock’n’roll e blues. Semplicemente oltre.
Quello che Paul McCartney ha scritto semplicemente prima di lui non c’era, e quello che in tutto il mondo è stato scritto dopo di lui, senza di lui non ci sarebbe stato.
C’è un’intervista di Paul molto toccante. A un certo punto il giornalista gli chiese cosa avesse provato alla notizia della morte di John e lui, da buon inglese composto e sobrio, diede una risposta molto semplice senza scomporsi.
A un certo punto, però, lo studio fece partire “Beautiful boy” di Lennon, e McCartney la cantò, tutta.
L’intervistatore stette zitto per tutta la durata della canzone, quello era un pezzo che Lennon aveva scritto dopo i Beatles, e Paul lo stava cantando tutto ed era in lacrime.
Paul McCartney amò John Lennon con tutto il suo cuore, e soffrì moltissimo gli ultimi tempi di aspri contrasti tra loro nei Beatles, la separazione del gruppo e la morte di John.
Dopo i Beatles Paul continuò a fare musica, a incidere grandi album, gradualmente si dedicò al sociale e a varie questioni umanitarie, su tutte quella ecologica.
Per la sua carriera musicale e per tali impegni venne nominato “sir” dalla corona britannica, e, ringraziando Dio che ce lo ha donato, a 75 anni porta ancora in giro la sua musica, quella stessa musica che continua a dire in modo inequivocabile a tutti gli uomini e le donne del mondo che, per essere felici, basta lasciar venire quello che si è, per come si è.
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