DI LUCIO GIORDANO

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Se l’obiettivo dell’assemblea di ieri  al Teatro Brancaccio di Roma era quello di mettere paura a chi  attualmente  detiene  il potere italiano, beh: bisogna dire che  è stato raggiunto in pieno.

Mentre sul web l’incontro organizzato da Falcone e Montanari era l’argomento del giorno, sui giornali e nei tg nazionali si è fatto a gara a deridere o  ad oscurare la notizia. Perché di notizia vera si trattava: teatro stracolmo in una  calda domenica d’estate  per confrontarsi su un partito che deve ancora nascere, migliaia di persone che pressavano fuori il Brancaccio per poter entrare ad ascoltare.

Se finanche la vecchina di Carugate che mangia etti di nduja  per cena  ha ormai  l’onore delle cronache e al contrario non è considerata una news    un’assemblea stracolma di gente,  vuol dire  insomma solo due cose . O molti cronisti italiani dovrebbero cambiare letteralmente mestiere e fare domani stesso un colloquio di lavoro al supermercato sotto casa  per vendere carciofi fritti alla giudia  ,oppure che gli ordini partiti dall’alto erano tassativi: della sinistra riunita non si deve parlare. E per evidenti motivi. Un partito renziano in fortissimo affanno, con la nascita di un partito progressista perderebbe altri consensi e rischierebbe di scendere sotto la soglia fisiologica del 15 per cento: un disastro vero e proprio da non prendere nemmeno in considerazione. Ecco il perché del colpevole silenzio o della denigrazione compulsiva.

Ma è ovvio che se si è arrivati a questo punto, la colpa non è  della sinistra ma è dell’ex premier che ha spostato il baricentro del suo partito a destra. Nelle politiche del lavoro e della scuola addirittura più a destra dell’estrema destra di Lega nord e Fratelli d’Italia. Non è un’iperbole. E’ la realtà attuale. Ed ecco anche perché la sinistra ha deciso di incontrarsi  in una calda domenica di giugno per ritrovare parole come solidarietà sociale, lavoro, paghe dignitose, redistribuzione della ricchezza. Tutte cose di sinistra.

E’ fatta? No. Ancora tanti sono i problemi da risolvere per la rinascita, l’unità o la federazione dei progressisti sotto un unico ombrello. Ma una cosa è apparsa nitida della giornata di ieri faticosamente seguita in streaming: che la precedenza ce l’hanno appunto  i programmi, non gli schieramenti. Nel senso che va bene ed è giusto accogliere Bersani o finanche Pisapia, che peraltro ieri ha mandato un messaggio chiaro, sostenendo che non c’erano le condizioni per la sua partecipazione all’assemblea del Brancaccio. Ma il collante deve essere una visione comune della sinistra e della società. Un collante che non può aderire all’idea di un nuovo ulivo, di un nuovo centro sinistra. Perché, come ripetuto spesso in queste ultime settimane, il centro sinistra è morto e sepolto : con Blair, con Hollande,  con le loro politiche di destra, una volta che costoro ,fischiettando,  hanno scelto di spostarsi proprio al centro.

Il centro sinistra è insomma perdente, deriso dalla storia di tutto il mondo. Appare chiarissimo. Riproporlo è una follia e non riavvicinerebbe i milioni di elettori che hanno smesso di fare politica, di votare o che, turandosi il naso,  in Italia hanno votato per i Cinque stelle. Elettori che, in sintonia con la visione del mondo di Papa Francesco,  chiedono solo un segnale per tornare a sperare, a credere che un futuro più giusto sia possibile. Per votare  quindi una sinistra unita, .cattolica, popolare, nata dal basso.

Perché è ovvio che sulla base di un programma condiviso la sinistra deva unirsi per tornare a contare. Non possono esistere mille satelliti che si presentano in ordine sparso in difesa del proprio orticello e di poltrone elettorali. Ed è quello che   chiedevano in fondo Montanari e Falcone, organizzando l’assemblea. Bene allora  ha fatto Pippo Civati a stoppare i fischi indirizzati a  Miguel Gotor. E’ vero, verissimo: Articolo uno ha votato tutte le leggi renzianissime e di destra della più avvilente legislatura della storia repubblicana. Ma è altrettanto vero che si deve dare il tempo agli ex Pd di metabolizzare il cambio di rotta, di rinunciare a fare da pontieri con il partito di Renzi, ormai considerato da tutti gli elettori di sinistra un avversario politico.

Certo, se poi Bersani and company decidessero di puntare sul centro trattino sinistra, di  andare a sbattere contro la storia e verso una nuova sconfitta politica, non si potrebbe che alzare le mani. Non ora, però. Perché la politica è compromesso, ricerca della ‘quadra’  e non ha tempi rapidi. Lo stesso vale per il Pci o  Rc, che hanno tutto il diritto di far parte dello schieramento, senza se e senza ma.

Fissati dei paletti, il più possibile larghi, si  andrà poi   in automatico, senza leader scelti dall’alto, con primarie che designino un gruppo dirigente, con le lotte aspre all’abominevole jobs act e alla  socialmente devastante soppressione dell’articolo 18.  Idee programmatiche chiare, concrete e non utopistiche. A conti fatti  è  cio che è  emerso nell’assemblea appassionata di ieri, inevitabili frizioni a parte.  Ed è ‘ quello che in fondo temono tutti i giornali e i tg mainstream: la capacità di sintesi e affiatamento della sinistra tutta. Se si capirà questo, un partito progressista oggi vale almeno il 20 per cento dei voti . Obiettivo possibilissimo:  lo ha fatto capire l’articolo di un  cronista di punta di un noto quotidiano: stigmatizzava, minimizzava, prendeva in giro. E leggendo tra le righe si vedevano  toni preoccupatissimi. Aspri, per niente al miele, a dispetto del suo cognome.

Del resto, come era quella cosa scritta dal Mahatma Gandhi?  Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci. Ecco, siamo ad un passo dalla fase tre. Arrivare  presto alla fase quattro dipende solo dall’intelligenza della sinistra unita.

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